Porto marittimo con migliaia di container rossi e blu impilati, gru di carico e nave CGA attraccata al molo.

Le nuove tariffe statunitensi motivate dal lavoro forzato colpiscono fornitori asiatici e hub logistici del Golfo, spostando la contesa commerciale su un criterio che non si negozia al ribasso.

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Dazi USA: la leva del lavoro forzato colpisce le filiere del Golfo e dell’Asia

La misura arriva con la consueta forma amministrativa: un elenco di merci, una percentuale, una data di entrata in vigore. Ma dietro l’aliquota c’è una motivazione diversa dalle precedenti tornate. Non si parla più soltanto di deficit commerciali o di reciprocità, bensì di catene di fornitura sospettate di impiegare lavoro forzato. È lo stesso strumento tariffario usato per obiettivi che finora venivano tenuti separati, ed è questa sovrapposizione a spiegare l’irritazione dei partner colpiti.

I governi che hanno reagito con toni sgarbati appartengono a due categorie. La prima è quella dei fornitori asiatici di manifattura a basso costo, per i quali l’accusa di manodopera coatta tocca un nervo scoperto: cotone, tessili, pannelli solari, componentistica. La seconda è più interessante per chi guarda alla regione mediorientale: i grandi hub logistici e di raffinazione che smistano merci provenienti da altrove. Un dazio motivato dal lavoro forzato non colpisce solo chi produce, ma anche chi fa da intermediario, e nel Golfo l’intermediazione è un pezzo consistente del prodotto interno.

Vale la pena contare. Da quando l’amministrazione ha ripreso a usare le tariffe come politica estera a tutto campo, questa è una delle numerose ondate che si sono susseguite nell’arco di pochi mesi. Ogni volta il copione retorico è identico da entrambe le parti: Washington presenta la misura come difesa di valori e di posti di lavoro, le capitali colpite rispondono che la decisione è unilaterale, dannosa per i consumatori americani, contraria alle regole del commercio multilaterale. Nessuno dei due argomenti è nuovo, e nessuno dei due è del tutto falso.

Cantiere navale con gru rosse e navi ancorate lungo un canale portuale al tramonto dorato.
Cantiere navale del Golfo al tramonto con gru e navi. — Foto: Iwona Rege — BY-SA 4.0, via Openverse

Ciò che cambia rispetto alle tornate precedenti è il criterio. Il lavoro forzato è una categoria difficile da negoziare al ribasso: non si può concedere una quota, non si può promettere di comprare più soia in cambio. O una filiera viene certificata pulita, con ispezioni e documentazione, oppure resta sotto dazio. Questo sposta il costo dell’adeguamento sulle aziende e sui governi che devono dimostrare qualcosa, e allunga i tempi. Una guerra dei numeri sul deficit si chiude con una firma; una contestazione sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche di un fornitore terzo richiede mesi di verifiche che nessuno controlla davvero.

Per i paesi del Golfo la questione ha un risvolto specifico. Gli Emirati e l’Arabia Saudita hanno investito capitali enormi per trasformarsi in nodi di transito: porti, zone franche, capacità di raffinazione che riesporta prodotti raffinati verso l’Occidente. Una parte di queste merci incorpora componenti o materie prime la cui origine è, per definizione, opaca. Se il criterio del lavoro forzato viene applicato a monte della catena, l’hub che rilavora e rispedisce si trova a rispondere di scelte fatte da altri, spesso in Asia centrale o meridionale. È un’asimmetria che favorisce chi può permettersi la tracciabilità completa e penalizza chi vive di volumi e di margini sottili.

C’è poi il dettaglio della manodopera interna. Le economie del Golfo funzionano grazie a milioni di lavoratori stranieri impiegati con contratti che in più occasioni sono stati descritti da organizzazioni internazionali come vicini alla coercizione: passaporti trattenuti, debiti da rimborsare, libertà di movimento limitata. Finora questo aspetto non è stato oggetto di dazi. La nuova tornata riguarda i beni importati negli Stati Uniti, non le condizioni di lavoro nei cantieri di Riad o Doha. Ma il precedente c’è: se il lavoro forzato diventa un metro tariffario permanente, la distinzione tra chi produce per l’export e chi impiega manodopera in condizioni analoghe per il consumo interno diventa più difficile da difendere. Non è materia di questa misura, ma è materia della prossima.

Chi trae vantaggio dall’assetto che si sta formando è, per ora, un gruppo ristretto: i produttori che hanno già investito in filiere certificate e possono presentarsi come alternativa pulita. Sono spesso aziende occidentali o giapponesi, con costi più alti e margini che il dazio rende improvvisamente competitivi. La misura, presentata come tutela dei diritti, funziona anche come protezione industriale. Le due cose non si escludono, e la vaghezza serve proprio a tenerle insieme.

Le capitali colpite lo hanno capito, ed è per questo che le reazioni oscillano tra la protesta di principio e la ricerca sottotraccia di un canale di trattativa. Nessuno vuole rompere con il mercato americano, e tutti sanno che la prossima ondata potrebbe avere un criterio ancora diverso. L’unica costante è che lo strumento tariffario, nato per contare le merci, sta diventando il modo con cui Washington regola questioni che con le merci hanno un rapporto sempre più indiretto.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/24/extremely-disappointing-us-trade-p…

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