Scogliera calcarea affacciata su acque turchesi con vegetazione tropicale sullo sfondo.

Dopo le elezioni speciali nell'arcipelago di San Andrés, la periferia caraibica più remota della Colombia torna a chiedere attenzione a Bogotá, tra disputa marittima con il Nicaragua, rotte del narcotraffico e una ricchezza media che nasconde profonde disuguaglianze.

San Andrés, l’arcipelago che la Colombia guarda solo dalla cartina

Dal molo di North End, il cuore turistico di San Andrés, si vede l’acqua che i depliant chiamano il mare dei sette colori. A qualche isolato di distanza, però, il paesaggio cambia: strade dissestate, un acquedotto che funziona a intermittenza, prezzi da capitale importati su un fazzoletto di terra a milleseicento chilometri da Bogotá. È qui, nell’arcipelago più remoto dei trentadue dipartimenti colombiani, che si consuma da decenni una frizione tra il centro e una periferia caraibica che parla anche inglese creolo e si sente, quando le conviene e quando le serve, altra cosa rispetto alla Colombia andina.

Le elezioni speciali che hanno rinnovato la guida del dipartimento hanno riportato in superficie una questione mai risolta: quanto pesa davvero Bogotá su queste isole, e quanto le isole pesano su Bogotá. La governatrice uscente ha lasciato l’incarico esprimendo l’auspicio, prevedibile ma non per questo infondato, che il rapporto tra l’arcipelago e la terraferma migliori e che le necessità della comunità raizal, il gruppo afro-caraibico originario dell’isola, ricevano finalmente attenzione. È il genere di dichiarazione che si ripete a ogni cambio di amministrazione, il che dovrebbe suggerire qualcosa sulla sua efficacia.

Un confine liquido che vale più della terraferma

San Andrés non è un problema soltanto interno. L’arcipelago è il perno di una disputa di sovranità marittima con il Nicaragua che la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha affrontato in più occasioni. Nel 2012 la Corte confermò la sovranità colombiana sulle isole ma ridisegnò i confini marittimi assegnando a Managua ampie porzioni di mare che Bogotá considerava proprie. La Colombia contestò la decisione, il contenzioso proseguì per anni, e ancora nel 2022 nuovi pronunciamenti hanno tenuto viva la tensione. Per un Paese che sulla carta domina questo tratto di Caraibi, la lezione è stata istruttiva: la sovranità sulle isole non garantisce automaticamente il controllo delle acque che le circondano.

Spiaggia tropicale con sabbia bianca, acque turchesi e vegetazione fitta che ondeggiano al vento su un'isola disabitata.
Isola disabitata con spiaggia incontaminata e vegetazione coralina. — Foto: ...some guy — BY 2.0, via Openverse

E quelle acque contano. Il canale tra San Andrés e la costa centroamericana è una delle rotte più battute dal traffico di cocaina diretto verso il Nord America. Le economie illegali che attraversano questo mare non sono un dettaglio criminale marginale: sono attori che ragionano su costi, rotte e rischi con la stessa razionalità di un operatore logistico. Un arcipelago poco sorvegliato, geograficamente più vicino al Nicaragua che alla propria capitale, offre esattamente il tipo di zona grigia in cui le organizzazioni del narcotraffico prosperano. Non per folklore, ma per calcolo.

Il paradosso dei numeri

Qui interviene la statistica che complica la lettura più comoda. San Andrés è tra i dipartimenti colombiani con il reddito pro capite più elevato, grazie al turismo e allo statuto di porto libero che per decenni ha attirato acquirenti in cerca di merci esenti da dazi. Sulla carta, dunque, non è una periferia povera. Nella realtà, quella ricchezza media nasconde disuguaglianze profonde: il costo della vita è tra i più alti del Paese perché quasi tutto arriva via mare o via aereo, e la popolazione raizal storicamente ha beneficiato meno di quella flusso migratorio dal continente che ha progressivamente cambiato la composizione dell’isola. Un dipartimento benestante nelle medie e fragile nella distribuzione è un problema politico diverso, e più scomodo, di una semplice questione di trasferimenti statali.

La densità abitativa aggrava tutto. San Andrés è uno dei territori più densamente popolati dei Caraibi, con decine di migliaia di residenti stipati su una manciata di chilometri quadrati, un dato che rende ogni carenza infrastrutturale — acqua, rifiuti, sanità — immediatamente esplosiva. Le rivendicazioni della comunità raizal per un maggiore controllo su migrazione, risorse e identità culturale nascono anche da questa aritmetica dello spazio.

Cosa può cambiare, realisticamente

Il nuovo governatore eredita un dossier in cui le leve locali sono poche. La disputa marittima si gioca all’Aia e a Bogotá, non nel palazzo dipartimentale. Il finanziamento delle opere pubbliche dipende dai trasferimenti nazionali. La sorveglianza delle rotte del narcotraffico è competenza della marina militare e delle politiche antidroga concordate con Washington. All’amministrazione locale restano la gestione ordinaria e, soprattutto, la capacità di far arrivare la propria voce al centro.

È il punto in cui l’auspicio della governatrice uscente diventa qualcosa di più di una cortesia di fine mandato. Le periferie estreme di uno Stato pesano nella politica nazionale quasi sempre per ragioni negative: quando ospitano un contenzioso internazionale, quando una rotta criminale le attraversa, quando una comunità si sente abbastanza ignorata da mettere in discussione l’appartenenza. San Andrés le presenta tutte e tre. La speranza di un rapporto migliore con la terraferma, in questi termini, non è ottimismo: è la constatazione che l’alternativa costa a Bogotá più di quanto costerebbe l’ascolto.

Fonte originale: latinamericareports.com/outgoing-governor-of-san-andres-has-hope-th…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *