Mappa dello Stretto di Hormuz che separa l'Iran dall'Oman, con il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman indicati in arabo.

Dallo Stretto di Hormuz passa un quinto del petrolio mondiale. Un blocco colpirebbe soprattutto l'Asia, e paradossalmente anche le esportazioni iraniane: per questo resta più minaccia che atto.

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Hormuz, il collo di bottiglia da 20 milioni di barili al giorno

Dallo Stretto di Hormuz passano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, un quinto del consumo mondiale. La larghezza navigabile del canale è di circa tre chilometri per ciascuna direzione. Chi controlla quel tratto d’acqua controlla il prezzo marginale del greggio.

La geografia è asimmetrica. La costa nord è iraniana, quella sud appartiene a Oman ed Emirati Arabi Uniti. Le petroliere che escono dal Golfo Persico devono restare entro le acque territoriali di Teheran o dell’Oman per una parte del tragitto. Una chiusura non richiede l’affondamento di navi: bastano mine, droni e la minaccia di missili antinave per far salire i premi assicurativi e svuotare le rotte.

Il precedente esiste. Durante la cosiddetta guerra delle petroliere, negli anni Ottanta, Iran e Iraq colpirono oltre quattrocento navi mercantili. Il traffico non si fermò del tutto, ma i costi di trasporto e copertura assicurativa aumentarono in misura tale da spostare la logistica energetica di mezzo pianeta.

Piccola isola rocciosa circondata da acque blu profonde, vista dall'alto.
Isola nello Stretto di Hormuz, rotta cruciale per il commercio mondiale di petrolio. — Foto: wbaiv — BY-SA 2.0, via Openverse

Oggi le alternative terrestri restano limitate. L’oleodotto est-ovest saudita ha una capacità di circa 5 milioni di barili al giorno, l’oleodotto emiratino verso Fujairah aggira Hormuz per circa 1,5 milioni. Sommando le condotte disponibili si aggirano al massimo 6-7 milioni di barili: meno della metà di quanto transita via mare. Il resto, in caso di blocco, non trova sbocco.

Il colpo maggiore non lo subirebbero gli Stati Uniti, oggi esportatori netti di greggio. Lo subirebbe l’Asia. Circa l’80% del petrolio che attraversa Hormuz è diretto verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Pechino importa dal Golfo circa la metà del proprio fabbisogno; una parte consistente arriva proprio dall’Iran, che vende a sconto in yuan. Un blocco danneggerebbe quindi anche il principale cliente di Teheran.

Da qui la contraddizione. Chiudere lo stretto significa strangolare le esportazioni iraniane, che passano dallo stesso corridoio. Nel 2024 l’Iran ha esportato oltre 1,5 milioni di barili al giorno, quasi tutti verso la Cina. Un blocco totale colpirebbe l’entrata valutaria di Teheran prima ancora di colpire l’avversario. Per questo la chiusura è più un’arma di deterrenza che uno strumento operativo: serve a fissare un limite superiore al rischio che gli altri sono disposti a correre.

Gli altri due colli di bottiglia del Medio Oriente marittimo sono già sotto pressione. Il traffico attraverso Bab al-Mandab, ingresso meridionale del Mar Rosso, è crollato dopo la campagna di attacchi degli Houthi contro le navi mercantili. Il transito nel Canale di Suez si è ridotto di oltre la metà rispetto ai livelli precedenti, con perdite di introiti per l’Egitto stimate in miliardi di dollari l’anno. Le compagnie hanno dirottato le rotte attorno al Capo di Buona Speranza, allungando i tempi di navigazione di dieci-quattordici giorni.

L’effetto cumulativo si misura in giorni di viaggio e in capacità di stiva immobilizzata. Ogni deviazione richiede più navi per movimentare lo stesso volume di merci, riducendo la capacità globale disponibile senza che sia stata affondata una sola imbarcazione. È una tassa logistica che si scarica sui noli e, a valle, sui prezzi al consumo.

Le marine militari presenti nell’area riflettono questa posta. La Quinta Flotta statunitense ha base in Bahrein. Cina e Russia hanno condotto esercitazioni congiunte con l’Iran nel Golfo dell’Oman. Nessuno degli attori ha interesse a un blocco prolungato: tutti hanno interesse a poterlo minacciare. La deterrenza regge finché la minaccia resta credibile ma inutilizzata.

La variabile rilevante sono le scorte strategiche cinesi. Pechino ha accumulato riserve stimate in oltre un miliardo di barili, sufficienti a coprire diverse settimane di importazioni. Finché quel margine tiene, la Cina può assorbire un’interruzione breve senza cedere sul piano diplomatico. Se una crisi a Hormuz dovesse superare quell’orizzonte, nei prossimi mesi, sarebbe la reazione di Pechino a stabilire se il collo di bottiglia resta un’arma di parole o diventa un fatto sui mercati.

Fonte originale: asiatimes.com/2026/07/a-blockade-at-hormuz-a-crisis-for-all-humanity/

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