Nato per vendere crack ai margini di Asunción, il Rotela Clan controlla oggi buona parte delle carceri paraguaiane. Una storia di vuoto statale in un Paese che, nel frattempo, cresce ed esporta.
Il carcere di Tacumbú e l’impresa che governa il Paraguay dietro le sbarre
Il penitenziario di Tacumbú, alla periferia sud di Asunción, è stato progettato negli anni Cinquanta per ospitare circa milleduecento detenuti. Ne ha contenuti fino a quattromila, distribuiti in pavilhões dove la geografia interna la decide chi paga l’affitto della branda. Per capire chi comanda in Paraguay non serve guardare al parlamento sulla riva del fiume: basta osservare chi riscuote quella pigione. Da anni, in buona parte delle prigioni del Paese, l’incasso finisce nelle casse di una famiglia.
Il Rotela Clan nasce piccolo e locale, come quasi tutte le organizzazioni che poi diventano problemi nazionali. Il suo mercato originario era il crack venduto al minuto nei quartieri poveri di Asunción e Concepción: una merce a basso costo, margini modesti sulla singola dose ma volumi enormi e una clientela captiva. È un modello di business che nessuna società quotata disprezzerebbe. La differenza è che l’espansione, in questo settore, non passa dalle acquisizioni ma dal controllo del territorio, e in Paraguay il territorio più redditizio da controllare si è rivelato essere quello dietro le sbarre.

Le carceri paraguaiane funzionano da acceleratore d’impresa per una ragione strutturale: lo Stato non le governa. La sovrappopolazione supera stabilmente il centoquaranta per cento della capacità, gli agenti penitenziari sono pochi e mal pagati, e il vuoto amministrativo viene colmato da chi ha organizzazione e capitale. Il clan ha capito prima di altri che una prigione non è la fine di un’attività criminale, ma la sua sede centrale più protetta. Da lì si gestisce lo spaccio interno, si arruola manodopera, si impone la disciplina che lo Stato non riesce a garantire. Il detenuto è cliente e dipendente allo stesso tempo.
Qui conviene inserire un dato che complica la narrazione più comoda, quella del Paraguay come Stato fallito consegnato ai narcos. Il Paese cresce da anni a ritmi che l’Europa si sogna: il prodotto interno lordo ha viaggiato spesso oltre il quattro per cento annuo, l’inflazione è tra le più contenute della regione e l’agenzia Moody’s ha promosso Asunción al livello investment grade. Non è l’economia di un Paese al collasso. È l’economia di un Paese dove settori pienamente legali e circuiti illegali convivono senza disturbarsi troppo, spartendosi lo stesso territorio con una divisione del lavoro quasi cordiale. La soia e la carne bovina riempiono le statistiche dell’export; il contrabbando di sigarette, le armi e la cocaina in transito verso il Brasile e l’Europa riempiono i conti che non compaiono nei bilanci.
Il vero salto del clan è stato geografico più che criminale. Il Paraguay non produce cocaina, la fa passare. È lo snodo tra le regioni andine di produzione e il porto di Santos, la piattaforma logistica del narcotraffico sudamericano verso l’Atlantico. In questo scacchiere il Rotela Clan si è trovato a competere e a trattare con attori molto più grandi, a partire dalle organizzazioni brasiliane che dominano le rotte fluviali del Paraná. La rivalità con questi gruppi ha prodotto, negli anni, alcuni degli episodi di violenza carceraria più gravi del Paese, con rivolte e massacri interni che hanno periodicamente ricordato a chi stava fuori chi controllava chi stava dentro.
Per lo Stato paraguaiano la scelta è tra due imbarazzi. Riprendersi le carceri significa ammettere di averle perdute, e affrontare il costo politico ed economico di ricostruire un sistema penitenziario da zero. Lasciarle così significa delegare a un’impresa familiare una funzione sovrana, la custodia dei prigionieri, in cambio di una quiete apparente. Governi diversi hanno oscillato tra operazioni di ricollocamento dei detenuti, trasferimenti dei capi in strutture di massima sicurezza e periodiche promesse di riforma. I risultati sono stati quelli che si ottengono quando si combatte un’organizzazione radicata trattandola come un’emergenza temporanea.
Il paradosso finale è che un clan nato per vendere crack ai margini di Asunción è oggi un interlocutore obbligato di qualsiasi politica della sicurezza. Non perché sia invincibile, ma perché occupa uno spazio che lo Stato ha lasciato vuoto e che nessuno ha davvero interesse a riempire di nuovo. Il carcere di Tacumbú, con la sua sovrappopolazione cronica e i suoi affitti riscossi corridoio per corridoio, resta il monumento più eloquente a questa convivenza: un Paese che cresce, esporta e viene promosso dalle agenzie di rating, e che nel frattempo ha subappaltato una parte delle proprie prigioni a chi le sa amministrare meglio di lui.

