Due fiumi ad acque di colore diverso confluiscono in una valle himalayiana tra montagne aride e rocciose.

L'attivista Sonam Wangchuk è stato ricoverato con la forza dopo venti giorni di sciopero della fame a Leh. Dietro la protesta, un conto aperto dal 2019: statualità, tutele sulla terra e una frontiera che Nuova Delhi preferisce amministrare direttamente.

Ladakh, l’attivista prelevato dopo venti giorni di digiuno: cosa resta di una promessa del 2019

Venti giorni senza cibo, poi le auto della polizia davanti al presidio e un trasferimento in ospedale che gli organizzatori descrivono come forzato e le autorità come misura sanitaria. Sonam Wangchuk, ingegnere e attivista noto ben oltre i confini del Ladakh, è stato ricoverato mentre proseguiva lo sciopero della fame a Leh. La versione ufficiale parla di una lieve tensione al momento del prelievo; i sostenitori parlano di un fermo mascherato da assistenza medica. È una differenza di lessico che in questa regione dell’Himalaya indiano si ripete con una regolarità quasi liturgica.

Vale la pena ricordare da dove nasce la protesta, perché il punto non è la biografia di un uomo ma un conto rimasto aperto. Nell’agosto 2019 il governo di Nuova Delhi ha revocato lo status speciale del Jammu e Kashmir e ha scorporato il Ladakh, trasformandolo in territorio dell’Unione amministrato direttamente dal centro. All’epoca una parte della popolazione ladakha accolse la separazione dal Kashmir con favore: significava non dipendere più da Srinagar. Sei anni dopo, quel favore si è rovesciato. Il Ladakh è un territorio dell’Unione senza assemblea legislativa propria: le decisioni che riguardano terra, lavoro e ambiente vengono prese altrove, da funzionari nominati.

Le richieste del movimento sono quattro, e sono concrete. Statualità piena per il Ladakh, così da avere un governo eletto. Inclusione nel Sesto Programma della Costituzione, lo strumento che tutela le aree tribali garantendo protezioni su terra e risorse. Un seggio parlamentare aggiuntivo. Una commissione per il pubblico impiego locale, perché i giovani della regione non restino tagliati fuori dalle assunzioni. Sono rivendicazioni che parlano di demografia, di suolo e di acqua più che di bandiere: il timore diffuso è che l’apertura del territorio a investitori e a manodopera esterna eroda in pochi anni l’equilibrio di una popolazione che si conta a centinaia di migliaia, non a milioni.

Palazzo antico arroccato su una roccia scura con strutture in pietra dorata sopra e una costruzione rossa in basso.
Il Palazzo di Leh nel Ladakh, icona della regione contesa. — Foto: wildxplorer — BY 2.0, via Openverse

Il negoziato con Nuova Delhi va avanti da anni a intermittenza. Ci sono stati tavoli, comitati di alto livello, incontri annunciati e rinviati. Ogni ciclo di trattative si chiude con un impegno a riprendere il dialogo, e ogni ripresa riparte più o meno dallo stesso punto. Il digiuno di Wangchuk è, in questa cronologia, l’ennesimo tentativo di riportare pressione su un tavolo che tende a raffreddarsi da solo. Non è il primo sciopero della fame che conduce, e non è la prima volta che le autorità gli impongono restrizioni ai movimenti.

La geografia spiega perché Delhi tratti il dossier con cautela e lentezza. Il Ladakh confina con il Pakistan a ovest e con la Cina a est. È la regione dove nel giugno 2020, nella valle di Galwan, soldati indiani e cinesi si scontrarono corpo a corpo lasciando venti morti sul lato indiano e un numero mai chiarito su quello cinese. Da allora migliaia di militari presidiano quota tremila e oltre lungo una linea di controllo mai definita con precisione. Un territorio di frontiera così sensibile, per il centro, è più maneggevole se amministrato direttamente: concedere un’assemblea eletta significa introdurre una variabile politica locale in una zona che il ministero della Difesa preferisce gestire come questione di sicurezza.

Qui sta l’asimmetria che il movimento continua a segnalare. Le tutele del Sesto Programma esistono, sono già applicate ad altre aree tribali del Paese, e non richiederebbero una riscrittura costituzionale straordinaria. La statualità piena, invece, è la richiesta che il governo mostra meno disponibilità a concedere, proprio perché toccherebbe l’architettura di controllo su una frontiera contesa. Il risultato è uno stallo in cui le rivendicazioni più tecniche restano ostaggio di quella più politica.

Il ricovero forzato aggiunge un elemento che la protesta userà: la figura dell’attivista sottratto al presidio diventa immagine, e le immagini in queste vertenze pesano quanto i tavoli. Le autorità sanno di camminare su un crinale stretto. Lasciare che un digiuno prolungato produca conseguenze fisiche gravi trasformerebbe una vertenza amministrativa in un caso nazionale; intervenire con la forza offre al movimento la prova della sordità che denuncia. In entrambi i casi il conto del 2019 resta dov’era.

Nel breve periodo la vicenda si giocherà sui dettagli: se il ricovero si trasformerà in fermo prolungato, se il presidio verrà sgomberato, se i tavoli negoziali riprenderanno con una data reale. Nel medio periodo la domanda è la stessa da sei anni, e non riguarda un uomo: quanto a lungo un territorio di frontiera può essere governato dall’esterno senza che la richiesta di rappresentanza smetta di riproporsi. Finora la risposta di Delhi è stata guadagnare tempo. Il Ladakh, di tempo, sembra averne meno.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/18/indian-police-forcibly-hospitalise…

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