L'Unione Europea definisce la Cina rischio sistemico ma continua a trattarne il commercio: dazi sulle auto elettriche, dipendenza dalle terre rare e controlli sui chip misurano una contraddizione che il prossimo regolamento sugli investimenti potrebbe risolvere.
Bruxelles e Pechino: due binari che iniziano a divergere
L’Unione Europea ha scambiato con la Cina beni per circa 739 miliardi di euro nel 2023. Il deficit commerciale europeo verso Pechino resta sopra i 290 miliardi. Su questi numeri poggia la contraddizione che Bruxelles fatica a gestire: mantenere aperto un canale commerciale mentre si ridefinisce la Cina come rischio sistemico.
Il documento strategico europeo classifica Pechino su tre livelli: partner, concorrente, rivale sistemico. La formula esiste dal 2019. Quello che cambia ora è il peso attribuito al terzo livello. La componente di sicurezza entra nel linguaggio ufficiale con priorità crescente, e questo ha effetti concreti sui flussi.
Il primo effetto riguarda i dazi sui veicoli elettrici cinesi. Le tariffe definitive introdotte nel 2024 arrivano fino al 35,3% aggiuntivo per alcuni produttori. La Cina esportava verso l’UE circa 500 mila auto elettriche l’anno prima della misura. La barriera tariffaria comprime quel volume e sposta parte della produzione verso stabilimenti localizzati in Europa, in Ungheria e Spagna, dove BYD e altri hanno annunciato investimenti.
Il secondo effetto tocca le tecnologie critiche. La Cina controlla oltre il 60% della raffinazione mondiale di litio e circa il 90% di quella delle terre rare pesanti. Bruxelles ha fissato con il Critical Raw Materials Act l’obiettivo di non dipendere da un singolo Paese terzo per più del 65% del fabbisogno di ogni materiale strategico entro il 2030. La distanza tra l’obiettivo e la realtà attuale misura la vulnerabilità europea.

Pechino dispone di leve simmetriche. I controlli sull’export di gallio e germanio, introdotti nel 2023, hanno ridotto le forniture verso l’Europa nei mesi immediatamente successivi. Questi due materiali servono a semiconduttori e fibra ottica. La capacità cinese di stringere o allentare i flussi diventa uno strumento negoziale che accompagna ogni tavolo commerciale.
Il terzo effetto è finanziario. Gli investimenti diretti cinesi in Europa sono scesi da un picco di circa 47 miliardi di euro nel 2016 a meno di 7 miliardi nel 2023. Il calo riflette sia i controlli europei sugli investimenti in settori sensibili sia il ripiegamento cinese verso mercati considerati meno ostili. La quota destinata a manifattura greenfield, però, è aumentata: meno acquisizioni di infrastrutture, più fabbriche costruite da zero per aggirare i dazi.
La contraddizione europea nasce dalla differenza di velocità tra i due binari. Sul commercio, Bruxelles e Pechino continuano a trattare: dossier sul vino, sui prodotti lattiero-caseari, sulle procedure antidumping incrociate. Sulla sicurezza, l’UE allinea sempre più il proprio linguaggio a quello statunitense, con restrizioni sull’export di tecnologia dual-use e screening degli investimenti in uscita ancora in fase di definizione.
Il punto di attrito è che i due binari usano lo stesso materiale. Un chip di ultima generazione è merce commerciale e asset di sicurezza insieme. Quando l’Olanda limita l’export di macchinari ASML per la litografia avanzata, la misura tocca un mercato cinese che valeva per l’azienda oltre un quarto delle vendite nel 2023. La sicurezza erode il commercio, e il commercio complica la sicurezza.
Pechino legge questa ambiguità come spazio di manovra. Finché l’Europa non converte la retorica di sicurezza in una tariffa o in un divieto, il costo per la Cina resta teorico. La strategia cinese punta a differenziare: offrire ai singoli Stati membri investimenti e ordini che rendano politicamente costoso l’allineamento a misure comuni. La Germania, con un’esposizione automobilistica al mercato cinese pari a circa un terzo delle vendite globali dei suoi costruttori, è il bersaglio naturale di questa differenziazione.
Il risultato è una postura europea che dichiara rischio sistemico e pratica interdipendenza. La coerenza dipenderà da quanto Bruxelles riuscirà a tradurre la nuova definizione di sicurezza in strumenti vincolanti senza che i costi ricadano in modo diseguale sui membri più esposti.
La variabile da osservare nei prossimi dodici mesi è il regolamento sullo screening degli investimenti in uscita: se entrerà in vigore con clausole vincolanti sui settori dual-use, i due binari smetteranno di correre paralleli e Pechino dovrà scegliere se rispondere sui materiali critici o sul mercato automobilistico.

