Un terremoto di magnitudo 7,4 al largo del Chiapas ha fatto scattare l'allerta tsunami in Messico e scosse in Guatemala ed El Salvador. Oltre al fenomeno geologico, l'evento mette in luce la fragilità economica e istituzionale di una regione dipendente dalle rimesse e da attori non statali.
Un terremoto sulla faglia del Pacifico rivela la geografia debole dell’America Centrale
Sulla costa di Tapachula, nel Chiapas meridionale, il mare si è ritirato di qualche metro prima che le sirene facessero il resto del lavoro. È il gesto arcaico che precede gli tsunami, e stamattina, dopo una scossa di magnitudo 7,4 registrata al largo nel Pacifico, le autorità messicane hanno diramato l’allerta lungo il litorale meridionale. Una seconda scossa, più moderata, ha attraversato il confine e raggiunto Guatemala ed El Salvador. Al momento non risultano danni gravi né vittime, il che in questa parte del mondo non è mai un dato scontato ma piuttosto una questione di fortuna sismica: l’epicentro in mare aperto, la profondità, l’orario.
La faglia che corre lungo la costa pacifica del Centroamerica è una delle più attive del pianeta. Qui la placca di Cocos scivola sotto quella nordamericana e caraibica, e ogni tanto ricorda alla regione che la geografia non tratta i confini politici con particolare riguardo. Il sisma del 2017 vicino a Oaxaca, di magnitudo superiore a 8, uccise oltre cento persone; quello che colpì il Guatemala nel 1976 ne fece decine di migliaia. La memoria istituzionale di questi eventi è lunga in Messico, dove il sistema di allerta sismica di Città del Messico è tra i più avanzati del continente, e più corta man mano che si scende verso sud, dove gli Stati sono più piccoli, i bilanci più magri e la capacità di risposta più frammentata.

Qui sta il punto meno raccontato. Un terremoto non è soltanto un fenomeno geologico: è un test sullo Stato. Rivela chi ha le infrastrutture per prevedere, evacuare e ricostruire, e chi invece deve affidarsi all’improvvisazione. Il Guatemala destina alla protezione civile una frazione del proprio PIL che raramente supera lo 0,1 per cento, una cifra che diventa eloquente se paragonata a quanto lo stesso Paese spende ogni anno in rimesse ricevute dall’estero: oltre venti miliardi di dollari, quasi un quinto dell’economia nazionale. In altre parole, la rete di protezione più solida per molte famiglie centroamericane non è pubblica ma privata, e passa dai bonifici dei parenti emigrati negli Stati Uniti. Quando la terra trema, il primo soccorritore economico è spesso un cugino a Los Angeles.
Questa dipendenza dalle rimesse disegna una geopolitica del disastro poco intuitiva. Le economie di Guatemala, El Salvador e Honduras sono legate al ciclo del lavoro migrante negli Stati Uniti, e ogni stretta sui flussi migratori a Washington si traduce, con qualche mese di ritardo, in minore capacità di assorbire uno shock come un terremoto. La resilienza fisica di un villaggio del Chiapas o di un dipartimento guatemalteco dipende da variabili che si decidono altrove: le politiche di frontiera, il tasso di occupazione nei cantieri californiani, il costo delle commissioni sui trasferimenti di denaro.
C’è poi il livello che si preferisce non nominare. Nelle aree dove lo Stato arriva tardi, le economie illegali arrivano prima. Non è folklore: in diverse regioni del Centroamerica e del Messico meridionale, i gruppi criminali che controllano le rotte del contrabbando e della migrazione svolgono da tempo funzioni parastatali, dalla distribuzione di aiuti alla gestione del territorio dopo le emergenze. Lo fanno per calcolo, non per generosità. Il consenso costruito nei giorni successivi a una catastrofe è un investimento reputazionale che vale quanto una piazza di spaccio. Ogni vuoto lasciato dall’amministrazione pubblica è un mercato, e i mercati, per definizione, tendono a essere occupati.
El Salvador, in questo quadro, rappresenta un caso a parte. Il governo di Nayib Bukele ha costruito la propria legittimità sulla capacità dello Stato di riprendersi il monopolio della forza, con risultati sul fronte della sicurezza che i sostenitori celebrano e i critici contestano sul piano dei diritti. Un’emergenza sismica sarebbe, per un modello simile, un banco di prova diverso: non basta occupare il territorio con la polizia, serve la logistica noiosa e costosa della ricostruzione, quella che non produce immagini spettacolari.
Per ora la scossa di stamattina si è tradotta in allerta e attesa, non in tragedia. Il mare, a Tapachula, tornerà al suo posto. Ma il sisma ha ricordato, con la sua brutale neutralità, quanto sia sottile il margine su cui poggiano queste società: sospese tra una faglia geologica che nessuno controlla e una faglia politica, fatta di bilanci esigui e di sovranità condivisa con chi manda i soldi da lontano.

