L'esportazione di reattori nucleari è diventata un terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina nel Sud-est asiatico, dove ogni contratto lega compratore e fornitore per decenni su combustibile, manutenzione e dipendenza energetica.
Reattori come leva: la corsa nucleare tra Washington e Pechino nel Sud-est asiatico
Il Sud-est asiatico ha smesso di essere una periferia energetica. La domanda elettrica regionale cresce di circa il 3-4% annuo. I governi cercano capacità di base che gas e carbone non garantiscono più a prezzi prevedibili. In questo vuoto entra il reattore nucleare, che diventa strumento di allineamento pluridecennale.
Chi vende un reattore non vende una macchina. Vende un contratto che dura tra i 60 e gli 80 anni: combustibile, manutenzione, formazione, ricambi. Un impianto da 1.000 megawatt costa tra i 6 e i 12 miliardi di dollari e lega il compratore al venditore per l’intera vita operativa. La scelta del fornitore pesa quanto un trattato di sicurezza.
Pechino arriva con una capacità industriale che nessun concorrente eguaglia. La Cina ha oltre 55 reattori operativi e circa 30 in costruzione, un ritmo che le permette di ammortizzare i costi e offrire prezzi più bassi. Il modello Hualong One è la punta dell’export, già venduto a Pakistan e Argentina. Il finanziamento arriva dalle banche di Stato, con prestiti a lungo termine che i privati occidentali non replicano.
Washington ha un vantaggio diverso: la fiducia in materia di non proliferazione e una filiera tecnologica ancora avanzata sui piccoli reattori modulari. Ma l’industria americana costruisce lentamente. Il progetto Vogtle in Georgia è costato oltre 30 miliardi ed è arrivato con anni di ritardo. Questo divario di esecuzione riduce la credibilità di ogni offerta commerciale statunitense.

Nella regione le posizioni divergono. Il Vietnam ha rilanciato nel 2024 un programma nucleare civile che aveva congelato nel 2016, con l’obiettivo di aggiungere capacità entro il decennio successivo. L’Indonesia punta a reattori modulari per le isole più isolate. Le Filippine hanno firmato con Washington nel 2023 un accordo 123, quello che regola la cooperazione nucleare civile e apre alle forniture americane.
Quell’accordo è il vero nodo. La sezione 123 dell’Atomic Energy Act impone al partner impegni sulla non proliferazione in cambio dell’accesso alla tecnologia statunitense. È una condizione che Pechino non richiede negli stessi termini. Per un governo che vuole velocità e nessun vincolo, l’offerta cinese è più semplice. Per chi teme la dipendenza da Pechino sul combustibile, quella americana resta preferibile.
Il combustibile è la leva meno visibile e più decisiva. Chi fornisce il reattore tende a fornire anche l’uranio arricchito che lo alimenta. La Cina sta espandendo la propria capacità di arricchimento e già oggi controlla una quota crescente del mercato dei servizi del ciclo. Un compratore che sceglie un reattore cinese rischia di dipendere da Pechino per decenni anche sul carburante, con un margine di ricatto energetico che nessun contratto commerciale annulla.
Per gli Stati Uniti la contromossa passa dai reattori modulari, unità da 50 a 300 megawatt più economiche e adatte a reti piccole. Aziende come NuScale hanno ottenuto certificazioni, ma nessun impianto commerciale è ancora operativo. Finché il primo modulo non entra in rete, l’offerta americana resta una promessa e non un prodotto.
C’è poi la dimensione militare implicita. Un programma nucleare civile crea competenze, materiali e infrastrutture che riducono la distanza da un’eventuale opzione bellica. Nessuno degli Stati coinvolti la persegue oggi, ma la scelta del fornitore incide su chi controlla la conoscenza tecnica sul territorio. Washington usa questo argomento per giustificare le condizioni più stringenti dei suoi accordi.
Il risultato è un mercato dove il prezzo favorisce Pechino e le garanzie favoriscono Washington. I governi del Sud-est asiatico non scelgono solo un’infrastruttura elettrica: scelgono da chi dipenderanno sul combustibile, sulla manutenzione e sui dati operativi degli impianti per il resto del secolo. La decisione, una volta presa, è quasi irreversibile.
La variabile da osservare nei prossimi due o tre anni è l’entrata in servizio del primo reattore modulare occidentale su una rete asiatica: se avverrà entro il 2028 con costi contenuti, Washington recupera terreno; altrimenti la capacità cinese detterà i prezzi e la geografia energetica della regione.

