Washington impone un dazio del 50% sulle merci brasiliane giustificandolo con il processo a Bolsonaro, non con squilibri commerciali che peraltro pendono a favore degli Stati Uniti. Una tariffa usata come leva giudiziaria, con effetti che rischiano di allontanare Brasilia invece di piegarla.
Dazi al 50% sul Brasile: quando la tariffa serve a proteggere un imputato
Un dazio del 50% sulle merci brasiliane, annunciato da Washington e giustificato con motivazioni che con la bilancia commerciale hanno poco a che vedere. È questo il tratto che distingue la mossa contro Brasilia dalle altre battaglie tariffarie aperte dall’amministrazione statunitense negli ultimi mesi: qui il pretesto dichiarato non è il deficit, né il dumping, né i sussidi. Anzi, gli Stati Uniti con il Brasile un surplus commerciale ce l’hanno, non un buco. La lettera che accompagna la tariffa parla d’altro: del processo a Jair Bolsonaro, l’ex presidente accusato di aver tentato un colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale del 2022, e di presunte censure alle piattaforme digitali americane.
Si tratta di una torsione dello strumento. Il dazio nasce come leva economica; qui viene usato come strumento di pressione giudiziaria su un Paese sovrano, per proteggere un imputato che si trova sotto processo davanti al Supremo Tribunale Federale brasiliano. La differenza rispetto ai casi di Canada, Messico, Unione Europea o Cina è tutta qui: in quei contesti la controparte poteva almeno discutere di numeri, di quote, di reciprocità. Con Brasilia si negozia su un procedimento penale interno, cioè su qualcosa che nessun governo può mettere sul tavolo senza smontare la propria magistratura.

Vale la pena guardare le cifre, perché sono queste a raccontare l’asimmetria. Gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale del Brasile dopo la Cina, e assorbono una quota rilevante dell’export brasiliano di prodotti manifatturieri, acciaio, aerei regionali dell’Embraer, caffè, succo d’arancia. Un’aliquota del 50%, se applicata come annunciata, colpisce filiere precise e difficilmente sostituibili nel breve periodo. Ma taglia anche nella direzione opposta: i produttori americani che comprano semilavorati e materie prime dal Brasile si trovano a pagare di più, e il caffè e il succo d’arancia sugli scaffali statunitensi non hanno un rimpiazzo interno pronto.
La reazione di Brasilia è arrivata sul terreno dei fatti misurabili, non solo delle dichiarazioni. Il governo Lula ha fatto approvare una legge di reciprocità che consente ritorsioni commerciali contro chi impone barriere unilaterali, e ha aperto la porta a contromisure calibrate. La retorica sulla sovranità nazionale, in un Paese che va al voto nel 2026, funziona da collante: pochi elettori brasiliani, anche tra chi non ama Lula, gradiscono l’idea di una tariffa imposta per condizionare un tribunale. Paradossalmente, la pressione esterna rischia di consolidare proprio la figura che intendeva indebolire, o quantomeno di spostare il baricentro del dibattito interno dall’economia all’orgoglio ferito.
C’è poi il capitolo dei numeri che non tornano nella narrazione ufficiale. Presentare la misura come risposta a uno squilibrio commerciale non regge, visto che lo squilibrio pende dalla parte americana. Resta quindi la sostanza politica: un’alleanza di fatto tra l’attuale inquilino della Casa Bianca e la destra bolsonarista, cementata da affinità e da rapporti personali che passano anche per le piattaforme digitali e per il ruolo di uno dei figli dell’ex presidente, attivo a Washington nel presentare il processo paterno come persecuzione politica.
L’assetto che si sta formando conviene a chi vende la contrapposizione. All’amministrazione statunitense offre un fronte in America Latina su cui mostrare i muscoli senza costi militari; a Bolsonaro e ai suoi regala il ruolo di martire di un’aggressione straniera; a Lula fornisce un avversario esterno comodo da agitare in campagna elettorale. Ne pagano il prezzo, come sempre, chi sta in mezzo alle filiere: gli esportatori di caffè del Minas Gerais, gli operai dell’acciaio, i fornitori che avevano contratti a lungo termine e ora si trovano fuori mercato.
Il Brasile, nel frattempo, ha altre strade. È membro dei BRICS, ha rafforzato lo scambio con la Cina che resta il suo primo cliente, e può accelerare la diversificazione verso Asia e mercati del Sud globale. Una tariffa punitiva rischia così di produrre l’effetto che dice di voler evitare: spingere una delle maggiori economie dell’emisfero occidentale più lontano dall’orbita statunitense, non più vicino. Non sarebbe la prima volta che una misura pensata per costringere a un allineamento ottiene il suo contrario. La partita resta aperta sulle esenzioni e sui prodotti che verranno effettivamente colpiti: è lì, nella lista merceologica, che si misurerà quanto di questa mossa è pressione reale e quanto è messaggio destinato a un pubblico interno, su entrambe le sponde.

