Nuovi lanci iraniani verso le basi statunitensi nel Golfo ripropongono una coreografia già vista: rappresaglie calibrate, difese sempre più fitte e monarchie arabe intrappolate tra garanzie americane e vicinanza a Teheran.
Le basi americane nel Golfo, di nuovo bersaglio: cosa cambia rispetto a giugno
Il calcolo delle distanze non è cambiato: dalla costa iraniana alle installazioni statunitensi lungo la sponda araba del Golfo Persico restano poche centinaia di chilometri, gli stessi che i missili a medio raggio e i droni d’attacco coprono in una manciata di minuti. Quando torna a circolare la notizia di lanci verso obiettivi americani negli Stati del Golfo, la mappa che conta è quella di sempre: la base aerea di Al Udeid in Qatar, il quartier generale della Quinta Flotta a Manama in Bahrein, gli aeroporti militari negli Emirati, il porto di Kuwait City. Sono i punti fissi attorno a cui ruota ogni escalation tra Teheran e Washington da oltre un decennio.
Vale la pena distinguere ciò che si ripete da ciò che si sposta. Nel gennaio 2020, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, l’Iran colpì la base di Ain al-Asad in Iraq con una salva di missili balistici annunciata in anticipo attraverso canali diplomatici, in modo che i militari statunitensi avessero il tempo di ripararsi: nessun morto, decine di commozioni cerebrali riconosciute solo settimane dopo. Fu una rappresaglia progettata per essere vista più che per distruggere. Nel giugno scorso, dopo i raid americani sui siti nucleari iraniani, il copione si è ripetuto quasi identico: lanci verso Al Udeid, preavviso al Qatar, intercettazioni, danni materiali contenuti e nessuna vittima dichiarata. La coreografia della ritorsione controllata è ormai un genere collaudato.

Ciò che distingue un episodio dall’altro sono i numeri delle difese. Attorno a quelle basi si è addensato negli anni uno strato crescente di batterie Patriot e, negli Emirati, sistemi THAAD; il Bahrein ospita radar per l’allerta precoce, il Kuwait dispone di intercettori a corto raggio. Ogni ciclo di tensione aggiunge un carico ulteriore: portaerei richiamate nel Mar Arabico, cacciatorpediniere schierati come piattaforme antimissile, rotazioni di aerei da combattimento. La proliferazione delle difese racconta una realtà scomoda per entrambe le parti: l’Iran sa che un attacco massiccio verrebbe in larga misura intercettato, e Washington sa che nessuno scudo è perfetto quando i vettori partono da così vicino.
Le monarchie del Golfo occupano la posizione più ingrata. Ospitano le installazioni americane per garanzia di sicurezza, ma ogni missile diretto contro quelle basi cade su territorio loro. Il Qatar condivide con l’Iran il più grande giacimento di gas del pianeta e ha coltivato per anni un canale di dialogo con Teheran; gli Emirati hanno ricucito i rapporti diplomatici dopo la lunga freddezza; l’Arabia Saudita ha riallacciato relazioni formali con la Repubblica Islamica nel 2023 grazie alla mediazione cinese. Nessuno di questi governi ha interesse a diventare il campo di battaglia di una resa dei conti che non ha scelto. Da qui la costante pressione, dietro le quinte, perché le rappresaglie restino simboliche e perché i preavvisi continuino a funzionare.
C’è poi la questione della catena di attribuzione. Le “forze iraniane” che rivendicano o annunciano lanci non sono un blocco unico: i Guardiani della Rivoluzione e l’esercito regolare rispondono a logiche diverse, e attorno all’Iran gravita una rete di gruppi armati — in Iraq, nello Yemen, altrove — capaci di colpire in modo che Teheran possa poi negare il coinvolgimento diretto. Le milizie irachene filoiraniane hanno preso di mira le installazioni americane decine di volte negli ultimi due anni con droni e razzi; gli Houthi hanno lanciato missili verso obiettivi lontani nel Golfo. Quando arriva la notizia di un attacco, la prima variabile da verificare è sempre chi ha davvero premuto il grilletto, perché da quella risposta dipende se si tratti di una decisione statale o di un’azione delegata che consente a Teheran il margine della smentita.
Il risultato di questo assetto è una forma di stabilità paradossale, fatta di scambi calibrati che nessuno ha interesse a far degenerare. All’Iran conviene mostrare capacità di colpire senza attirare una risposta devastante; agli Stati Uniti conviene assorbire i colpi dimostrando che le difese reggono, evitando un impegno terrestre che l’opinione pubblica americana non sostiene; ai governi del Golfo conviene che il tutto resti sotto la soglia della guerra aperta. Finché regge questo equilibrio di convenienze, ogni nuovo lancio somiglia al precedente: annunci enfatici, intercettazioni, danni misurabili in strutture più che in vite, e la mappa che resta ferma dove è sempre stata.

