L'ennesimo blackout nazionale lascia quasi dieci milioni di cubani senza corrente. Dietro il collasso della rete, un intreccio di centrali obsolete, sanzioni statunitensi e alleanze energetiche in crisi.
L’Avana al buio: quando la rete elettrica diventa una questione di geopolitica
All’Avana, quando cala la sera, il rumore che manca è quello dei condizionatori. Al loro posto arriva quello dei generatori a gasolio, per chi può permetterseli, e il silenzio per tutti gli altri. Lunedì l’isola ha vissuto l’ennesimo collasso della rete elettrica nazionale: quasi dieci milioni di persone senza corrente, il terzo blackout su scala nazionale nel giro di un anno. Non un guasto isolato, ma il sintomo di un sistema arrivato al limite fisico della propria sopravvivenza.
Il cuore del problema ha un nome preciso: la centrale termoelettrica Antonio Guiteras, a Matanzas, la più grande del Paese. Quando si ferma lei, il resto della rete cade a domino. Le centrali cubane sono in larga parte impianti degli anni Ottanta, di progettazione sovietica, mantenuti in vita ben oltre la loro vita utile grazie a improvvisazioni ingegneristiche che meriterebbero, in altro contesto, un premio. Ma un impianto tenuto insieme con la manutenzione dell’ultimo minuto non regge picchi di domanda né mancanze di combustibile. E la mancanza di combustibile è ormai la regola.
La catena dell’approvvigionamento spezzata
Cuba dipende dal greggio importato per far girare le sue centrali, e per decenni quel greggio è arrivato dal Venezuela a condizioni politiche più che commerciali. Caracas però produce oggi una frazione di ciò che estraeva vent’anni fa, e ha problemi propri da risolvere prima di sovvenzionare gli alleati. Il vuoto è stato riempito in parte dalla Russia e da forniture spot sul mercato, che però vanno pagate in valuta forte. Valuta che a L’Avana scarseggia.
Su questo quadro già fragile si è innestato l’inasprimento delle sanzioni deciso dall’amministrazione statunitense all’inizio dell’anno, con nuove restrizioni che colpiscono le navi e le compagnie che trasportano petrolio verso l’isola. L’effetto pratico è che ogni carico diventa più caro e più difficile da assicurare. Il messaggio politico di Washington è chiaro: aumentare la pressione fino a rendere il costo del regime insostenibile. Il calcolo, però, è vecchio quanto l’embargo stesso, in vigore in varie forme da oltre sessant’anni, e finora non ha prodotto il collasso politico atteso, bensì un logoramento infinito che ricade soprattutto sulla popolazione.

Il dato che complica la lettura
C’è una cifra che vale la pena tenere a mente prima di ridurre tutto al duello Washington-L’Avana. Le rimesse degli emigrati cubani, che negli anni recenti hanno oscillato intorno ai due miliardi di dollari annui secondo le stime disponibili, rappresentano una delle prime fonti di valuta estera dell’isola, in diretta concorrenza con turismo ed esportazioni. In altre parole, una parte consistente dell’ossigeno economico che tiene in piedi il sistema arriva proprio dalla diaspora residente negli Stati Uniti, lo stesso Paese che stringe le sanzioni. È la contraddizione strutturale dell’economia cubana: il nemico dichiarato è anche, indirettamente, il principale finanziatore delle famiglie. Un embargo che colpisce il petrolio ma non può fermare i bonifici verso le nonne dell’Avana.
Il governo cubano attribuisce l’intera crisi al blocco statunitense, e non ha torto a indicarlo come aggravante. Ma la narrazione ufficiale sorvola su decenni di investimenti mancati nel settore energetico e sulla scommessa, rivelatasi ottimistica, di poter dipendere all’infinito dalla generosità venezuelana. La retorica della resistenza eroica funziona meno bene quando il frigorifero non tiene il freddo.
Le fotovoltaiche e la scommessa cinese
La risposta di L’Avana guarda a est. Con il sostegno tecnico e finanziario cinese, il Paese ha avviato la costruzione di decine di parchi fotovoltaici, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal greggio importato entro i prossimi anni. È una direzione sensata sul piano fisico: il sole caraibico è una risorsa che nessuna sanzione può sequestrare. Ma il fotovoltaico produce di giorno, mentre i picchi di domanda cubani, con i ventilatori accesi, arrivano la sera. Senza sistemi di accumulo su larga scala, i pannelli alleggeriscono il carico ma non risolvono il buio notturno.
Il risultato è un Paese che si trova al centro di una partita più grande di sé: Pechino che offre infrastrutture e presenza nel cortile di casa altrui, Washington che stringe la vite, Mosca che vende quando conviene, Caracas che vorrebbe aiutare ma non può. In mezzo, dieci milioni di persone che misurano la geopolitica in ore di corrente al giorno. A Matanzas, intanto, i tecnici della Guiteras rimettono in moto le turbine, sapendo che la prossima volta potrebbe non bastare.

