Palazzo neoclassico con colonne bianche, tetto decorato di oro e stemma rosso, circondato da piazza e recinzioni.

La Cina codifica in legge la fusione delle 55 minoranze in un'unica identità nazionale. Un percorso che parte dalla lingua e arriva alle filiere industriali di Xinjiang e Tibet.

La nuova legge cinese sull’unità etnica: da 55 minoranze a un modello unico

Il 1 gennaio 2026 entra in vigore in Cina la Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso. È il punto di arrivo di un percorso normativo che il Partito-Stato costruisce da oltre un decennio. La legge non nasce dal vuoto. Codifica in norma quello che a partire dal 2014 era orientamento politico.

Il perno concettuale è una formula: forgiare un senso condiviso di comunità nazionale cinese. In cinese, zhonghua minzu gongtongti yishi. La parola chiave è forgiare. Non coesistenza tra gruppi, ma fusione in un corpo unico. La Costituzione del 1954 riconosceva 55 minoranze e prevedeva autonomie territoriali. Quel modello viene ora subordinato a un obiettivo superiore: l’identità nazionale sopra l’identità etnica.

La catena parte dalla lingua. Dal 2020 nelle regioni autonome della Mongolia Interna, del Tibet e nello Xinjiang il cinese standard mandarino ha progressivamente sostituito le lingue locali come veicolo d’istruzione. In Mongolia Interna la transizione nel settembre 2020 provocò proteste e ritiri di studenti dalle scuole. La nuova legge fissa in norma la promozione del putonghua come strumento di unità. Effetto misurabile: nel giro di una generazione scolastica, circa dodici anni, la trasmissione linguistica intergenerazionale si riduce.

Il secondo anello è la mobilità demografica e economica. La legge incoraggia gli scambi tra gruppi e la residenza mista. Nella pratica significa incentivi al trasferimento di popolazione han verso le periferie e di lavoratori delle minoranze verso l’interno. Nello Xinjiang i programmi di trasferimento di manodopera uigura verso fabbriche di altre province hanno coinvolto, secondo stime accademiche e governative, centinaia di migliaia di persone tra il 2017 e il 2019. La dispersione geografica erode la concentrazione territoriale su cui si fondava l’autonomia.

Piazza urbana con edificio monumentale in stile sovietico, monumento commemorativo e folla di persone sparse.
Piazza pubblica cinese con architettura istituzionale e commemorativa. — Foto: ZhengZhou — BY-SA 3.0, via Openverse

Il terzo anello è economico e strutturale. Xinjiang e Tibet non sono aree marginali. Lo Xinjiang produce oltre il 20 per cento del cotone mondiale e ospita una quota rilevante della capacità cinese di polisilicio, materia prima dei pannelli solari. Il Tibet controlla i bacini idrografici da cui nascono i principali fiumi asiatici. Il controllo politico di queste regioni è controllo su filiere industriali e su risorse idriche. La legge sull’unità etnica è anche uno strumento di stabilizzazione di aree a valore strategico.

Il quarto anello è internazionale. Le politiche nello Xinjiang hanno prodotto reazioni commerciali concrete. Gli Stati Uniti hanno introdotto nel 2021 lo Uyghur Forced Labor Prevention Act, che presume il lavoro forzato per i beni provenienti dalla regione e ne blocca l’importazione salvo prova contraria. L’Unione Europea ha adottato nel 2024 un regolamento sul lavoro forzato in vigore dal 2027. La conseguenza per Pechino è la necessità di riconfigurare le filiere di esportazione verso mercati meno esposti a questi controlli, in particolare verso il Sud globale.

La legge va letta anche come risposta interna a una fragilità. Il modello sovietico delle nazionalità, a cui la Cina si era ispirata nel 1949, viene esplicitamente rifiutato. Nella lettura del Partito, il riconoscimento delle identità nazionali fu un fattore di disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991. La nuova impostazione mira a rimuovere quella variabile alla radice. Non gestire la diversità, ma ridurne la rilevanza politica.

Il risultato è un cambio di paradigma. Il vecchio sistema garantiva quote, quadri locali, scuole bilingui. Il nuovo sistema li mantiene sulla carta ma li svuota di funzione, sostituendo l’autonomia con l’integrazione. Per le minoranze la traiettoria è la convergenza verso un modello culturale unico. Per lo Stato è la riduzione del rischio centrifugo nelle regioni di confine, che coprono circa il 60 per cento del territorio nazionale pur ospitando meno del 10 per cento della popolazione.

La variabile che potrebbe modificare l’equilibrio nei prossimi cinque anni è la pressione commerciale esterna: se i mercati europeo e nordamericano stringessero ulteriormente i controlli sulle filiere legate allo Xinjiang, il costo economico della stabilizzazione forzata crescerebbe fino a incidere sul calcolo politico di Pechino.

Fonte originale: thediplomat.com/2026/07/xi-jinpings-forging-of-ethnic-unity-and-pro…

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