Da Argentina ed Ecuador a El Salvador, una serie di elezioni ha rafforzato governi conservatori nell'America Latina. Ma la mappa resta frammentata, e il sostegno finanziario esterno pesa quanto la sicurezza e i conti pubblici.
La stagione conservatrice dell’America Latina, contata seggio per seggio
Il pendolo latinoamericano ha ripreso a oscillare nella stessa direzione, e stavolta i numeri lo dicono con una certa insistenza. In Argentina il partito del presidente Javier Milei ha rafforzato la propria posizione nelle elezioni di metà mandato, dopo che l’anno prima la motosega fiscale aveva promesso di tagliare la spesa pubblica e in parte l’aveva fatto: deficit primario chiuso, inflazione in discesa da picchi superiori al 200 per cento annuo, al prezzo di una recessione e di una povertà che nei primi mesi del mandato aveva superato la metà della popolazione prima di rientrare. È il conto che gli elettori hanno accettato di pagare, o almeno quella parte di elettori che si è presentata alle urne.
Guardare l’Argentina isolata sarebbe però un errore di prospettiva. Un anno fa nessuno dei governi conservatori della regione appariva così solido; oggi la mappa mostra un continente che, salvo eccezioni, si sposta a destra con una regolarità che vale la pena osservare senza troppa enfasi. In Ecuador Daniel Noboa ha vinto la rielezione impostando tutto sulla sicurezza, in un paese dove gli omicidi legati al narcotraffico hanno trasformato porti tranquilli come Guayaquil in nodi delle rotte della cocaina verso l’Europa. Il tasso di omicidi ecuadoriano, che a inizio decennio era tra i più bassi del subcontinente, ha superato quello di paesi storicamente più violenti. La promessa dell’uomo forte, del militare per strada e delle carceri di massima sicurezza sul modello salvadoregno, ha trovato terreno fertile.
Quel modello, del resto, ha un nome e un indirizzo. Nayib Bukele governa El Salvador con oltre sessantamila detenuti aggiunti al sistema penitenziario da quando è in vigore lo stato d’eccezione, un tasso di incarcerazione che è oggi il più alto al mondo in rapporto alla popolazione. Le organizzazioni per i diritti umani contano gli abusi e le detenzioni arbitrarie; una fetta larga di elettorato centroamericano conta invece le strade tornate percorribili. Le due contabilità non si parlano, e per ora è la seconda a vincere le elezioni.

Il filo che lega questi episodi non è ideologico nel senso classico. Milei è un libertario che vuole ridurre lo Stato, Bukele lo Stato lo espande fino a riempirlo di soldati e telecamere. Ciò che condividono è la posizione da cui partono: l’insofferenza verso una classe politica precedente accusata, a torto o a ragione, di aver gestito male il decennio delle materie prime. Tra il 2003 e il 2013 i prezzi alti di soia, rame e petrolio avevano finanziato una lunga stagione di governi di sinistra e programmi sociali; quando i prezzi sono scesi, i conti pubblici si sono svuotati e la promessa redistributiva ha smesso di essere sostenibile. Chi ha raccolto quei governi ha ereditato debito, inflazione e aspettative deluse.
Restano le controtendenze, ed è utile tenerle a mente prima di dichiarare chiusa una fase. In Messico Claudia Sheinbaum ha vinto con un margine enorme portando avanti l’eredità di López Obrador, e governa il paese più popoloso dell’area di lingua spagnola. In Brasile Lula è tornato alla presidenza nel 2022, sia pure di misura. In Colombia Gustavo Petro guida il primo esecutivo di sinistra della storia del paese. Il continente non è diventato monocolore; si è semmai frammentato, con maggioranze sottili che si ribaltano a ogni tornata e presidenti che faticano a costruire coalizioni parlamentari stabili.
C’è poi la variabile esterna, che pesa più di quanto le campagne elettorali ammettano. L’amministrazione statunitense guarda con favore ai governi affini e ha strumenti concreti per premiarli: linee di credito, accordi commerciali, il sostegno del Fondo monetario internazionale dove Washington resta l’azionista di riferimento. L’Argentina ha ottenuto un pacchetto di sostegno finanziario che ha aiutato a stabilizzare il peso proprio nelle settimane decisive prima del voto. Il messaggio è arrivato agli altri: l’allineamento con gli Stati Uniti ha un valore di cambio, e in economie fragili quel valore si traduce in voti.
Quello che si sta formando, insomma, non è un blocco compatto ma una convenienza reciproca. Governi che vendono sicurezza e disciplina di bilancio ai propri elettori, e stabilità geopolitica a un partner esterno che ricambia con liquidità. Il rischio, per chi vince oggi, è lo stesso di chi ha vinto ieri: che il prezzo pagato dalla popolazione — carceri piene, salari compressi, servizi tagliati — superi la pazienza di chi lo paga prima che i risultati promessi diventino visibili. In quel momento il pendolo riprenderà a muoversi, e qualcuno conterà di nuovo i seggi in direzione opposta.

