Arcipelago montuoso circondato da acque turchesi e zone desertiche rossastre riprese da satellite.

Dopo la vittoria dell'Argentina sull'Inghilterra, uno striscione dei giocatori sulle isole Malvinas-Falkland ha riacceso una disputa vecchia di decenni. Dietro la memoria della guerra del 1982 e il principio di autodeterminazione si nasconde una posta economica che entrambe le parti preferiscono non nominare.

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Uno striscione a bordo campo e la geografia che non passa di moda a Buenos Aires

A Plaza de Mayo, la sera della semifinale, i clacson hanno cominciato prima del fischio finale. È un rituale che a Buenos Aires si conosce a memoria: la folla che si raccoglie attorno alla Piramide, le bandiere celesti e bianche stese sulle spalle, i venditori ambulanti che moltiplicano il prezzo delle bibite con la disinvoltura di chi ha studiato l’inflazione da vicino. Ma quella sera, tra i cori consueti, ne è comparso uno più antico degli undici in campo: quello sulle isole dell’Atlantico meridionale che gli argentini chiamano Malvinas e i britannici Falkland.

Il gesto che ha riaperto la discussione è arrivato dai giocatori stessi. Dopo la vittoria per 2-1 sull’Inghilterra, alcuni di loro hanno esposto uno striscione con la rivendicazione della sovranità argentina sulle isole. La reazione di Londra è stata immediata: il governo britannico ha chiesto alla FIFA di aprire un procedimento, sostenendo che la politica non dovrebbe entrare nel perimetro di una partita. È una linea di principio che ha una sua coerenza, e che tuttavia ignora un dettaglio: per gran parte dell’opinione pubblica argentina la questione delle isole non è politica, è geografia. Sta scritta nella Costituzione riformata nel 1994, che fissa come obiettivo nazionale permanente il recupero dei territori.

Una ferita che ha una data precisa

Il calendario aiuta a capire perché lo striscione pesi più di uno slogan da stadio. La guerra del 1982 durò dieci settimane e costò la vita a 649 militari argentini, 255 britannici e tre civili isolani. Fu una guerra breve e disastrosa, decisa dalla giunta militare al potere a Buenos Aires nel tentativo di ricompattare un Paese che stava perdendo. Non funzionò: la sconfitta accelerò il crollo della dittatura e il ritorno alla democrazia l’anno successivo. Da allora la rivendicazione è sopravvissuta a governi peronisti, liberali, di centro e di destra, con una continuità che nella politica argentina è quasi un’anomalia.

Catena montuosa innevata affacciata su acque blu scuro, fotografata dall'alto in una veduta aerea.
Isola di South Georgia vista dall'aereo con picchi innevati e baie. — Foto: pingnews.com — PDM 1.0, via Openverse

Gli isolani, da parte loro, hanno una posizione altrettanto ferma. Nel referendum del 2013 votarono in massa per restare sotto sovranità britannica: 1.513 favorevoli, tre contrari, su una popolazione che oggi supera di poco le 3.600 persone. Londra usa quel voto come argomento decisivo, il principio di autodeterminazione. Buenos Aires replica che si tratta di una popolazione trapiantata su un territorio occupato, e che l’autodeterminazione non può sanare un’occupazione. Sono due grammatiche che non si incontrano da quarant’anni, e non sarà uno striscione a farle convergere.

Il dato che complica il racconto

C’è però un elemento che la retorica sovranista tende a lasciare fuori inquadratura. Le acque attorno all’arcipelago custodiscono una delle zone di pesca più redditizie dell’Atlantico meridionale, in particolare il calamaro. Le licenze di pesca rappresentano una quota consistente del prodotto interno delle isole, che negli anni recenti ha oscillato attorno ai 60-70 milioni di sterline, con un reddito pro capite tra i più alti dell’emisfero australe. A questo si aggiunge il potenziale petrolifero dei fondali, esplorato a più riprese con risultati altalenanti. La disputa, insomma, non è soltanto memoria e identità: ha un valore economico misurabile, che entrambe le parti conoscono benissimo e che raramente entra nei discorsi pubblici, dove suona meno nobile della bandiera.

Per l’Argentina il paradosso è ancora più tagliente. Il Paese affronta da anni una crisi valutaria cronica, con riserve in valuta estera perennemente sotto pressione. Le isole che rivendica generano ricchezza in sterline a poche centinaia di chilometri dalla costa patagonica, mentre sul continente la stessa attività di pesca fatica a esprimere lo stesso valore per mancanza di capitali e infrastrutture. È una geometria scomoda: la sovranità reclamata come questione di dignità nazionale è anche, per chi la governa da Londra, una fonte di reddito che funziona.

Cosa può fare la FIFA

Sul piano formale, la richiesta britannica ha basi regolamentari. Gli statuti degli organismi calcistici vietano l’uso di messaggi politici in occasione delle partite, e casi analoghi in passato hanno portato a sanzioni pecuniarie o richiami. È improbabile, però, che la vicenda produca conseguenze pesanti: nella storia recente questo tipo di gesti si è quasi sempre risolto con multe simboliche, calibrate per non trasformare l’organo sportivo in arbitro di contenziosi territoriali che nessuna corte internazionale è riuscita a chiudere.

Resta l’immagine di fondo. Una partita di calcio ha riportato in prima pagina una disputa che i cancellieri gestiscono da decenni con comunicati misurati e canali diplomatici prevedibili. A Plaza de Mayo, quando la folla si è dispersa, le bandiere sono tornate negli armadi in attesa della prossima occasione. La questione delle isole, invece, non ha bisogno di occasioni: aspetta paziente, come le acque che le circondano.

Fonte originale: latinamericareports.com/argentinas-controversial-malvinas-banner-re…

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