Statuette e figure religiose in plastica e cartone, tra cui raffigurazioni di santi, esposti in uno spazio interno affollato.

Il presidente colombiano Petro ha autorizzato l'estradizione in Cile di Larry Changa, tra i fondatori del Tren de Aragua. Ma l'arresto di un capo storico dice poco sul futuro di un'organizzazione nata come franchigia della migrazione venezuelana.

Larry Changa verso il processo in Cile: la parabola di un fondatore del Tren de Aragua

A Santiago del Cile, nel quartiere di Independencia, i pannelli in spagnolo venezuelano sulle vetrine delle rosticcerie raccontano una migrazione recente e massiccia più di qualsiasi statistica. È tra queste strade, dove negli ultimi anni si sono insediate decine di migliaia di venezuelani in fuga dal collasso economico, che il nome di Larry Amaury Álvarez Núñez ha smesso di essere una curiosità giornalistica per diventare una questione giudiziaria concreta. Álvarez, conosciuto come Larry Changa, è indicato come uno dei tre fondatori del Tren de Aragua, e dopo l’autorizzazione all’estradizione firmata dal presidente colombiano Gustavo Petro dovrà rispondere davanti alla giustizia cilena di associazione a delinquere e sequestro di persona.

La traiettoria personale conta poco, se non come chiave di lettura di un fenomeno più ampio. Il Tren de Aragua nasce dove nascono spesso le organizzazioni criminali venezuelane: dentro un carcere, quello di Tocorón, nello Stato di Aragua, che per anni ha funzionato meno come luogo di detenzione e più come sede operativa. Da lì la struttura si è espansa seguendo, con precisione quasi contabile, le rotte dei migranti venezuelani. Non è un dettaglio marginale: il gruppo ha capito prima di molti governi che l’emigrazione di massa non era solo una tragedia umanitaria, ma anche un mercato. Estorsione, controllo della prostituzione, gestione dei passaggi di frontiera, contrabbando. Ovunque si spostassero i venezuelani – Colombia, Perù, Cile, Brasile, fino agli Stati Uniti – il gruppo trovava clienti, manodopera e vittime.

Skyline di Santiago del Cile con grattacieli e edifici residenziali sullo sfondo delle Ande innevate sotto cielo sereno.
Santiago del Cile circondata dalla cordigliera delle Ande innevate. — Foto: fahrenheit75 — BY-SA 2.0, via Openverse

Vale la pena maneggiare con cautela l’aura che circonda l’organizzazione. Negli ultimi due anni il Tren de Aragua è diventato un totem della retorica securitaria in mezzo emisfero. Washington lo ha inserito tra le organizzazioni terroristiche straniere, trasformandolo in argomento di campagna elettorale e in giustificazione per politiche migratorie più restrittive. Il rischio, come sempre in questi casi, è che l’etichetta cresca più in fretta della struttura reale, e che a un’organizzazione pur pericolosa venga attribuita un’onnipotenza che serve soprattutto a chi deve spiegare i propri fallimenti sull’ordine pubblico.

Qui entra la statistica che complica la lettura più comoda. In Cile, il Paese che ora processa Changa, il tasso di omicidi resta intorno ai 6 per centomila abitanti: in aumento rispetto al passato, ma ancora tra i più bassi dell’America Latina, e distante anni luce da quello di Venezuela, Colombia o Messico. Il Cile percepito come assediato dalla criminalità straniera è, in termini comparati, uno dei posti più sicuri della regione. Questo non nega l’esistenza di un problema, né la brutalità di alcuni sequestri attribuiti al gruppo, che hanno colpito profondamente l’opinione pubblica. Segnala però che il dibattito politico corre più veloce dei numeri, e che la criminalità venezuelana in Cile è arrivata su un terreno che, per parametri latinoamericani, partiva da una condizione di relativa quiete.

L’estradizione autorizzata da Petro va inquadrata anche nella logica dei rapporti tra Stati. La Colombia, che ospita la più grande comunità venezuelana della regione e ha con Caracas un rapporto oscillante tra riavvicinamento e diffidenza, ha interesse a mostrarsi collaborativa sul fronte della cooperazione giudiziaria regionale. Consegnare al Cile un nome di questo peso è un gesto a basso costo interno e ad alto rendimento diplomatico: rafforza l’immagine di un continente capace di coordinarsi contro le organizzazioni transnazionali, in un momento in cui la pressione statunitense sul tema è massima.

Il processo, se si terrà, dirà poco sul futuro dell’organizzazione. I gruppi criminali strutturati sopravvivono all’arresto dei fondatori con la stessa disinvoltura con cui le imprese sostituiscono un amministratore delegato. Il Tren de Aragua ha già subito colpi significativi, a cominciare dallo smantellamento del carcere-quartier generale di Tocorón nel 2023, senza per questo scomparire. La sua forza non risiede in una gerarchia rigida ma in una rete flessibile, capace di replicarsi come una franchigia là dove ci sono migranti da sfruttare e vuoti di autorità da occupare.

Resta la dimensione simbolica. Vedere uno dei fondatori alla sbarra a Santiago serve ai governi coinvolti come prova di efficacia, e alle opinioni pubbliche come rassicurazione. È una funzione legittima della giustizia penale. Sarebbe però un errore leggere questo passaggio come la chiusura di un capitolo, quando le condizioni che hanno generato il fenomeno – un’economia venezuelana devastata, milioni di persone in movimento, frontiere porose e mercati illegali redditizi – restano tutte al loro posto.

Fonte originale: insightcrime.org/news/the-final-chapter-for-tren-de-aragua-founder-…

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