La biografia di un comandante delle dissidenze delle Farc apre uno sguardo sul Meta colombiano, dove l'accordo di pace del 2016 ha riorganizzato — non spento — l'economia della cocaina, oggi ai massimi storici.
Il Meta e i suoi comandanti: chi resta quando la pace si sgretola
La strada che risale da Villavicencio verso i llanos del Meta attraversa un paesaggio che sembra pacificato: distese di riso e palma da olio, camion che trasportano bestiame, benzinai con l’insegna della compagnia statale. È qui, in questo dipartimento di pianura a est di Bogotá, che per decenni si sono mossi i fronti orientali delle Farc, e dove oggi si consuma la lenta disillusione dell’accordo di pace firmato nel 2016. Il nome di José Manuel Sierra Sabogal, noto con l’alias di ‘Zarco Aldinever’, appartiene a questa geografia: un comandante formatosi tra i fronti 51, 52 e 26, cresciuto nel Bloque Oriental, e poi transitato in quella nebulosa di gruppi armati che gli analisti chiamano dissidenze.
La categoria merita una precisazione. Le ‘dissidenze delle Farc’ non sono un residuo nostalgico né una banda di irriducibili ideologici. Sono strutture che hanno letto l’accordo di pace come un’operazione a somma zero e hanno scelto di restare nel mercato. Perché di mercato si tratta: cocaina, estrazione illegale di oro, contrabbando lungo il confine con il Venezuela, tasse informali sulle economie locali. Chi è rimasto sul terreno ha ereditato le rotte, i contatti e la capacità di imporre ordine dove lo Stato colombiano arriva tardi o non arriva.
Un attore razionale, non un fantasma
La tentazione, guardando figure come Sierra Sabogal, è di trattarle come sopravvivenze di un conflitto che si vorrebbe archiviato. È un errore analitico. Le principali dissidenze — quelle riunite attorno all’Estado Mayor Central e quelle della cosiddetta Segunda Marquetalia — operano con una logica di espansione territoriale e di posizionamento negoziale. Prendono il controllo di corridoi strategici non per bandiera, ma perché il controllo del territorio è la merce di scambio con cui ci si siede al tavolo con il governo di Gustavo Petro nell’ambito della sua politica di ‘paz total’.
Qui entra la statistica che complica la lettura consolatoria. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la superficie coltivata a coca in Colombia ha superato i 250.000 ettari, il livello più alto mai registrato, con una produzione potenziale di cocaina cresciuta di oltre la metà rispetto a pochi anni prima. In altre parole: la firma della pace del 2016 non ha ridotto l’economia della cocaina, l’ha semmai riorganizzata. Il vuoto lasciato dalla smobilitazione delle Farc storiche non è stato riempito dallo Stato, ma da chi quel vuoto sapeva monetizzarlo. Il Meta, il Cundinamarca, il Boyacá — i dipartimenti su cui questi comandanti hanno costruito la propria carriera — sono nodi di quella riorganizzazione.

La geometria del potere armato
Il punto interessante non è la biografia del singolo comandante, ma la struttura che rappresenta. Le dissidenze si comportano come imprese in concorrenza: si contendono i fronti, negoziano fusioni, subiscono scissioni. Un comandante che ha operato con più fronti diversi non è un traditore seriale, ma un manager che ha seguito il capitale dove il capitale andava. Le alleanze si rompono quando i margini calano o quando lo Stato offre un’uscita più conveniente; si ricompongono quando la repressione militare rende utile fare massa.
Per Bogotá il dilemma è noto e irrisolto. La ‘paz total’ di Petro presuppone che questi gruppi possano essere riportati alla legalità attraverso il negoziato. Ma negoziare con un attore che trae il proprio potere contrattuale dal controllo di economie illegali significa, in parte, riconoscere quel potere. Il rischio è di trasformare ogni tregua in una fase di consolidamento per la controparte, che approfitta della pausa per rafforzare le rotte. Il governo colombiano lo sa, e per questo i tavoli si aprono e si chiudono con una frequenza che sfida ogni cronaca ordinata.
Sul confine venezuelano la faccenda si complica ulteriormente. La debolezza del controllo statale sul lato di Caracas offre retrovie, mercati e canali di riciclaggio che rendono le dissidenze colombiane un problema transnazionale, non più contenibile entro i dipartimenti dove sono nate. La cocaina prodotta nei llanos non resta nei llanos: attraversa frontiere, cambia mano, finanzia strutture che a Bogotá si preferisce descrivere come marginali.
Restano, sul terreno, i numeri meno citati: i leader sociali uccisi, gli ex combattenti smobilitati assassinati dopo aver deposto le armi, le comunità contadine che pagano il pedaggio a chiunque controlli la valle in quel momento. È la parte della contabilità che non entra nei comunicati sulla ‘pace totale’, e che spiega perché lungo quella strada da Villavicencio la pacificazione resti, per ora, una promessa più che un paesaggio.

