Caracas si estende nella valle circondata da montagne verdeggianti, con grattacieli e edifici residenziali distribuiti nel…

Il doppio sisma che ha colpito il Venezuela costringe migliaia di persone nei rifugi di Caracas e mette a nudo uno Stato svuotato da un decennio di crisi. Tra crescita che non riempie le casse pubbliche e territori gestiti da poteri informali, la ricostruzione diventa un test politico.

Il terremoto a Caracas e la geografia del potere che non ricostruisce

Nel quartiere di Petare, sulla collina orientale di Caracas, le case si arrampicano una sull’altra secondo una logica che nessun piano regolatore ha mai autorizzato. È qui, tra i mattoni rossi lasciati grezzi da vent’anni di edilizia informale, che il doppio sisma di questi giorni ha fatto il danno peggiore. Non perché la terra abbia tremato più forte in questo punto, ma perché ciò che stava in piedi era già tenuto insieme più dalla necessità che dall’ingegneria.

Migliaia di persone hanno passato le notti nei rifugi allestiti in scuole, palestre e strutture pubbliche. Le immagini che circolano mostrano il repertorio consueto delle emergenze: materassi a terra, code per l’acqua, funzionari che promettono sopralluoghi. La differenza, in Venezuela, è che l’apparato chiamato a rispondere arriva all’appuntamento già svuotato.

Conviene ricordare da dove si parte. Il prodotto interno lordo venezuelano si è contratto di circa il settantacinque per cento tra il 2013 e il 2020, una delle più profonde recessioni registrate in tempo di pace nella storia recente dell’emisfero. Un crollo di quella portata non toglie soltanto reddito alle famiglie: erode la capacità dello Stato di fare le cose banali che uno Stato fa, come mappare gli edifici a rischio, tenere squadre tecniche, avere cemento nei magazzini pubblici. La ricostruzione post-sisma non è un capitolo separato dalla crisi economica: ne è la continuazione con altri detriti.

Qui la lettura diventa meno lineare di quanto suggerisca la cronaca. Negli ultimi due anni l’economia venezuelana ha smesso di affondare e ha mostrato segni di stabilizzazione, con stime di crescita che diversi osservatori collocano tra il quattro e il sette per cento annuo. È una ripresa reale ma ingannevole: nasce dalla dollarizzazione di fatto, cioè dal fatto che i cittadini hanno abbandonato il bolívar e fanno girare i biglietti verdi che ricevono dalle rimesse e dai circuiti paralleli. Lo Stato incassa poco di questa vitalità. La sua base fiscale resta ancorata a un settore petrolifero che, pur in recupero, produce meno di quanto produceva quindici anni fa. In altre parole: l’economia si muove, la cassa pubblica meno. Un governo che deve puntellare case crollate scopre che la crescita di cui si vanta gli passa accanto senza fermarsi.

Skyline notturno di una città latinoamericana con grattacieli illuminati e montagna sullo sfondo al tramonto.
Caracas al crepuscolo: la capitale venezuelana illuminata dalla sera. — Foto: WalterVargas.me — BY 2.0, via Openverse

C’è poi la dimensione che a Caracas non si nomina volentieri. Nelle zone dove lo Stato è più assente, la gestione del territorio è passata da tempo ad attori informali: gruppi che controllano l’accesso ai quartieri, regolano i commerci, in alcuni casi organizzano la distribuzione di beni. Chiamarli semplicemente banda criminale è comodo ma poco utile. In un contesto di sisma questi soggetti diventano, che piaccia o no, parte della catena logistica: sanno chi abita dove, controllano le strade, hanno risorse liquide. La ricostruzione, come tutto in Venezuela, si negozierà anche con loro, in un intreccio dove la linea tra autorità pubblica e potere di fatto è sfumata da anni.

Sul piano politico il calcolo è trasparente. Un’emergenza è per qualsiasi governo un’occasione a doppio taglio: permette di mostrarsi presente, distribuire aiuti, apparire operativo davanti alle telecamere; ma espone anche i limiti dell’amministrazione a chi finora poteva ignorarli. Per l’esecutivo di Nicolás Maduro, uscito da elezioni la cui trasparenza è contestata da larga parte della comunità internazionale, ogni ritardo nei cantieri diventa materia di contestazione. La retorica della resilienza rivoluzionaria funziona finché non deve confrontarsi con un muro che non regge il proprio peso.

Sarebbe però un errore leggere la vicenda solo come una prova di forza tra governo e opposizione. Il vero convitato di pietra è la capacità amministrativa, quella cosa poco spettacolare fatta di catasti aggiornati, codici antisismici applicati, ispettori pagati. In un Paese che ha visto emigrare oltre sette milioni di persone nell’ultimo decennio — molte delle quali ingegneri, medici, tecnici — la scarsità non è di volontà politica ma di competenze rimaste sul posto. Si ricostruisce con le mani che ci sono.

Nei rifugi, intanto, la domanda che circola non riguarda il colore del potere ma la data del ritorno a casa. È una domanda che nessun apparato, per quanto solido, saprebbe soddisfare in fretta. Qui rischia di restare senza risposta più a lungo, e la geologia, questa volta, si è limitata a rendere visibile ciò che l’economia aveva già scritto sui muri.

Fonte originale: latinamericareports.com/life-in-a-caracas-shelter-following-venezue…

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