Strada affollata con bancarelle coperte da ombrelloni blu, semaforo e cartelli verdi in un quartiere messicano.

Nel cuore commerciale di Città del Messico, il gruppo criminale nato nel quartiere di Tepito prospera dentro l'economia informale. Un attore razionale che vende protezione dove lo Stato non arriva, e che le strategie contro i grandi cartelli faticano a intaccare.

Tepito, il quartiere che vende di tutto tranne se stesso

A Città del Messico, l’angolo fra Avenida del Trabajo e Calle Matamoros non ha nulla che segnali l’ingresso in uno dei mercati informali più densi dell’emisfero. Si entra e basta: teloni azzurri fino all’altezza degli occhi, scarpe da ginnastica contraffatte impilate come mattoni, telefoni ricondizionati la cui provenienza nessuno indaga, e il rumore continuo dei venditori che ripetono i prezzi come una litania. Tepito occupa poco più di venticinque isolati nella delegazione Cuauhtémoc. Da qui, negli ultimi quindici anni, è emerso il gruppo criminale che porta il nome del quartiere.

La Unión Tepito non è un cartello nel senso classico del termine. Non controlla rotte transnazionali della cocaina, non tratta direttamente con i produttori colombiani, non ha la struttura militare della Federazione di Sinaloa o del Jalisco Nueva Generación. È qualcosa di più antico e, per certi versi, più difficile da estirpare: un’organizzazione radicata in un’economia di prossimità. Estorsione, spaccio al dettaglio, controllo dei banchi del mercato, gestione della vita notturna nei quartieri centrali della capitale. Un modello di business che assomiglia meno al narcotraffico continentale e più a una municipalità parallela che riscuote tributi.

La distinzione conta, perché aiuta a capire perché il gruppo sia sopravvissuto. Le grandi organizzazioni messicane sono vulnerabili proprio dove sono più visibili: alle frontiere, nei porti, nei laboratori. La Unión Tepito, invece, vive dentro il tessuto commerciale di una città di oltre nove milioni di abitanti, in un quartiere dove l’informalità economica è la norma e non l’eccezione. Difficile colpire con droni o intercettazioni satellitari un’organizzazione che si nasconde dietro un banco di jeans.

Due venditori sorridono al bancone di una bancarella in un mercato messicano con cartello 'Desde Tepito'.
Venditori nel mercato di Tepito a Città del Messico. — Foto: Eneas — BY 2.0, via Openverse

L’economia che complica il racconto

Qui una cifra utile a smontare la lettura più facile. In Messico, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica, l’economia informale genera stabilmente intorno al 22-24% del prodotto interno lordo e occupa più della metà della forza lavoro. Tepito è la versione concentrata e caricaturale di questo dato: un luogo dove milioni di transazioni avvengono al di fuori di qualsiasi registro fiscale. In un contesto simile, il gruppo criminale non irrompe come corpo estraneo, ma si inserisce come un ulteriore livello di regolazione. Dove lo Stato non riscuote né protegge, qualcun altro lo fa. La violenza è lo strumento, ma il prodotto venduto è, in fondo, la sicurezza — quella stessa che le istituzioni non garantiscono ai commercianti.

Questo spiega perché lo smantellamento del gruppo si sia rivelato più laborioso del previsto. Le autorità capitoline hanno rivendicato negli anni l’arresto di diverse figure apicali, incluso chi era considerato il leader operativo. Ogni volta la struttura si è riconfigurata, spesso generando faide interne più sanguinose della repressione stessa. La frammentazione, in questo campo, non è una vittoria: produce concorrenza, e la concorrenza fra organizzazioni criminali si combatte con le armi.

Un attore razionale in un mercato regolato dalla forza

Conviene resistere alla tentazione di leggere La Unión Tepito come pura barbarie. Il gruppo si comporta come un operatore economico che ottimizza in un ambiente ostile: diversifica i ricavi, seleziona i settori a maggiore margine — il consumo di droghe sintetiche nei locali del centro, per esempio, più redditizio e meno rischioso del traffico all’ingrosso — e investe nel controllo del territorio come si investe in un asset. La sua espansione verso lo Stato di Messico e altre zone della capitale segue una logica di mercato, non di ferocia gratuita, anche se la ferocia resta il metodo.

Il rovescio è che questo tipo di criminalità radicata sfida le strategie pensate per i grandi cartelli. Le operazioni spettacolari, gli obiettivi da eliminare, la retorica della guerra al narcotraffico funzionano male contro un’organizzazione che è, prima di tutto, un fenomeno urbano ed economico. Richiederebbe interventi meno cinematografici: formalizzazione del commercio, presenza istituzionale continua, alternative di reddito. Cose lente, poco fotogeniche, difficili da annunciare in conferenza stampa.

Tornando all’angolo fra Trabajo e Matamoros, la scena non è cambiata da anni. Il mercato apre, i banchi si riempiono, le transazioni scorrono. Da qualche parte, in quella circolazione di denaro contante che nessun registro annota, una parte finisce a chi garantisce che il mercato resti aperto. È un equilibrio, imperfetto e violento, ma un equilibrio. E gli equilibri, anche quelli che nessuno rivendica, tendono a durare più a lungo delle campagne che promettono di romperli.

Fonte originale: insightcrime.org/mexico-organized-crime-news/la-union-tepito-profile/

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