Le città del Golfo affrontano estati sempre più torride puntando su urbanistica passiva e verde, ma il modello resta appeso ai consumi di energia e acqua che le rendono vivibili.
Il caldo estremo ridisegna le città del Golfo, ma i conti restano quelli dell’aria condizionata
C’è un dato che a Dubai si preferisce non stampare sui rendering delle torri: nei mesi di luglio e agosto la temperatura percepita supera regolarmente i 45 gradi, e in alcune giornate l’indice di calore ha toccato valori che rendono il lavoro all’aperto una scommessa sulla salute. Le città della penisola arabica, costruite in gran parte negli ultimi cinquant’anni con la logica del grattacielo climatizzato, si trovano oggi a rincorrere un clima che stanno esse stesse contribuendo a scaldare.
La discussione sull’urbanistica adattata al caldo non nasce ora. Ma il vocabolario è cambiato. Fino a pochi anni fa la risposta era univoca e verticale: più vetro, più acciaio, più condizionatori. Il Golfo consuma per il raffrescamento una quota di elettricità che in Arabia Saudita e negli Emirati oscilla, a seconda della stagione, tra il 60 e il 70 per cento della domanda estiva. Quell’elettricità, nella stragrande maggioranza, arriva ancora da gas e petrolio. Raffreddare gli interni significa riscaldare gli esterni, e il conto energetico continua a salire mentre le stesse capitali ospitano vertici sul clima.

La proposta che circola tra progettisti e consulenti — città che si comportano come foreste, edifici che funzionano come alberi — è più di uno slogan da conferenza, ma va misurata su cosa costa e su chi la paga. L’idea di fondo è vecchia quanto le medine: ombra, ventilazione naturale, materiali che non trattengono calore, corridoi d’aria tra gli edifici, superfici chiare, vegetazione che evapora e abbassa la temperatura al suolo. Le città storiche di Yazd, in Iran, o i quartieri antichi di Sana’a lo facevano con torri del vento e vicoli stretti, senza un solo kilowatt. Il paradosso è che il modello da imitare esisteva prima che lo si demolisse per far posto ai viali a otto corsie.
Alcuni numeri aiutano a distinguere l’annuncio dall’intervento. Il progetto saudita di Neom, con la sua città lineare, ha promesso microclimi controllati e mobilità senza automobili; i lavori procedono a ritmo ridotto rispetto ai piani originari e le stime di costo sono state riviste al ribasso più volte. Masdar City, ad Abu Dhabi, doveva essere la prima città a emissioni zero e ospitare decine di migliaia di residenti entro la fine dello scorso decennio: a oggi la popolazione stabile è una frazione di quella prevista, e parte del raffrescamento passivo iniziale è stata integrata con impianti convenzionali quando il caldo ha superato le soglie di progetto. Restano casi di studio utili, non modelli replicati su scala urbana.
La questione non è tecnica. Il verde urbano nel deserto consuma acqua, e l’acqua nel Golfo si produce quasi interamente per desalinizzazione, un processo a sua volta energivoro. Piantare alberi per abbassare la temperatura significa impiegare energia per dissalare l’acqua che li mantiene vivi: l’equazione si chiude solo se la fonte energetica cambia. Ed è qui che l’urbanistica incontra la geopolitica. Gli Emirati hanno investito nel solare e nel nucleare civile — la centrale di Barakah copre ormai una quota rilevante del fabbisogno del paese — ma l’economia della regione resta ancorata all’esportazione degli idrocarburi che rendono il clima locale più difficile da abitare.
C’è poi la parte della popolazione che nei rendering non compare. La manodopera che costruisce e mantiene queste città viene in larga misura dal subcontinente indiano, e lavora all’aperto proprio nelle ore più calde. Diversi paesi del Golfo hanno introdotto il divieto di lavoro nelle fasce centrali della giornata estiva, una misura che riconosce implicitamente ciò che il marketing urbanistico tende a rimuovere: il caldo estremo non è un problema di comfort ma, per una parte dei residenti, di sopravvivenza sul luogo di lavoro. Le morti per stress termico nei cantieri restano un dato mal documentato e raramente citato accanto alle promesse di città sostenibili.
L’adattamento climatico, nel Medio Oriente, non è una scelta filosofica tra due modelli di città. È il calcolo su quanto a lungo si potrà continuare a raffreddare con l’aria condizionata prima che il costo — energetico, idrico, sanitario — diventi insostenibile anche per economie che vivono di rendita energetica. Le foreste artificiali e gli edifici che imitano gli alberi arriveranno dove i conti torneranno. Per il resto, l’estate del Golfo continua a passare dietro il vetro, con il compressore acceso.

