Strada coloniale del centro storico di Bogotá con edifici rossi affiancati, persone che passeggiando e montagne sullo sfondo.

In Colombia le riforme sui diritti delle donne approvate dal 2022 in poi si scontrano con l'economia informale e con i territori controllati dai gruppi armati, dove le leggi nazionali restano lettera morta. Le elezioni del 2026 metteranno alla prova la loro tenuta.

Bogotá, il fronte parlamentare dei diritti delle donne e i suoi limiti aritmetici

Nel quartiere della Candelaria, a Bogotá, gli edifici coloniali che ospitano il Congresso guardano dall’alto una città dove il gender pay gap resta uno dei più persistenti della regione. È da qui, dai corridoi di un legislativo frammentato in una dozzina di partiti, che negli ultimi tre anni è passata una serie di leggi che hanno modificato lo statuto giuridico delle donne colombiane. Il divieto del matrimonio infantile, approvato dopo decenni di tentativi falliti, ne è l’esempio più citato. Ma la traiettoria di queste riforme dice più sulla meccanica del potere colombiano che sulle intenzioni di chi le ha promosse.

La legislatura eletta nel 2022 ha portato in aula una generazione politica cresciuta nelle proteste studentesche del 2019 e 2021, quelle che paralizzarono Cali e altre città. Alcune delle voci più attive sui diritti delle donne appartengono a formazioni minori della sinistra, gruppi che dispongono di pochi seggi ma che hanno imparato a costruire maggioranze tematiche trasversali, seggio per seggio, su singoli provvedimenti. È un metodo laborioso e reversibile: ciò che si ottiene con una coalizione ad hoc può essere smontato dalla successiva.

Le leggi e la loro applicazione

Il pacchetto legislativo degli ultimi anni comprende, oltre al divieto delle unioni con minori, norme contro la violenza vicaria, misure sulla parità salariale e tentativi di regolamentare l’accesso all’aborto dopo la depenalizzazione decisa dalla Corte Costituzionale nel 2022 entro le ventiquattro settimane. Sulla carta, la Colombia figura tra i paesi più avanzati dell’America Latina. Nella pratica, la distanza tra il testo e la sua applicazione è la vera storia.

Piazza principale di Bogotá con cattedrale coloniale, edifici storici in pietra e persone sulla pavimentazione.
Piazza Bolívar a Bogotá con la cattedrale e gli edifici storici del centro. — Foto: Pedro Szekely from Los Angeles, USA — BY-SA 2.0, via Openverse

Qui entra la statistica che complica la lettura ottimistica. Secondo le rilevazioni sull’occupazione, oltre il 55 per cento delle lavoratrici colombiane opera nell’economia informale: senza contratto, senza contributi, spesso senza un datore di lavoro identificabile. Una legge sulla parità salariale, per quanto ben scritta, si applica a un rapporto di lavoro formale. Per la maggioranza delle donne che vendono nei mercati, lavorano come domestiche o gestiscono microimprese di sussistenza, la norma è un principio senza destinatario. Il diritto conquistato in aula si ferma sulla soglia dell’economia reale, dove non c’è un ufficio del personale a cui rivolgersi.

C’è poi una geografia dei diritti che nessuna legge nazionale ha finora riscritto. Nei dipartimenti del Pacifico e dell’Amazzonia, dove lo Stato colombiano storicamente arriva tardi e male, le regole quotidiane le stabiliscono altri soggetti. I gruppi armati sorti dalla frammentazione delle vecchie FARC, il Clan del Golfo, le fazioni dell’ELN: sono attori che controllano territori, rotte della cocaina e miniere illegali d’oro, e che nel farlo impongono codici di comportamento propri, incluse forme di controllo sui corpi e sulla mobilità delle donne. Trattarli come devianza folkloristica sarebbe un errore di analisi. Sono organizzazioni che calcolano costi e benefici, e per le quali la disciplina della popolazione è una funzione del controllo territoriale, non un capriccio.

La politica del “totale della pace”

Il governo di Gustavo Petro ha impostato la sua strategia sulla trattativa simultanea con la maggior parte di questi gruppi, la cosiddetta paz total. I risultati sono ambigui: alcuni tavoli si sono arenati, la violenza in certe regioni è aumentata anziché diminuire, e la capacità dello Stato di garantire diritti dove non garantisce nemmeno la sicurezza fisica resta teorica. Per le legislatrici che difendono le riforme sui diritti delle donne, questo è il paradosso operativo: le loro leggi valgono soprattutto nelle aree dove lo Stato è già presente, cioè dove servivano meno.

Le elezioni presidenziali e legislative del 2026 renderanno esplicito ciò che finora è rimasto sotto traccia. La coalizione di Petro appare logorata, l’opposizione conservatrice ha fatto della critica alle riforme sui diritti riproduttivi un tema di mobilitazione, e diversi provvedimenti approvati con maggioranze sottili potrebbero trovarsi esposti a una revisione. La difesa di ciò che è stato ottenuto, più che l’avanzamento verso nuovi obiettivi, sembra l’orizzonte realistico della prossima legislatura.

Resta il dato di fondo: in un paese dove il conflitto armato non è mai davvero finito e dove metà dell’economia sfugge alla contabilità dello Stato, i diritti scritti nelle leggi sono una condizione necessaria e largamente insufficiente. La Colombia ha una delle legislazioni di genere più moderne del continente e, contemporaneamente, tassi di femminicidio e di violenza sessuale che collocano il divario tra norma e realtà tra i più ampi. Le due cose non si contraddicono. Convivono, ed è precisamente in quella convivenza che si misura la fragilità di ogni conquista parlamentare.

Fonte originale: latinamericareports.com/we-have-what-it-takes-to-defend-the-gains-w…

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