Il sindaco di Johannesburg nega che i problemi di bilancio della città siano una crisi, ma i conti municipali raccontano un dissesto serio: debiti verso i fornitori di elettricità e acqua, riscossione cronicamente insufficiente, infrastrutture in degrado.
Johannesburg, i conti non tornano: la sindaco nega, i numeri parlano
A Johannesburg l’acqua manca a intermittenza nei quartieri alti e in quelli poveri con la stessa regolarità, e le buche nelle strade del centro sono diventate un dato topografico più che un disservizio. Dietro questi segni concreti c’è un problema che l’amministrazione cittadina fatica ad ammettere: la più grande metropoli del Sudafrica, motore economico del Paese, ha un bilancio comunale in difficoltà seria.
Il sindaco esecutivo Dada Morero ha scelto, davanti alle telecamere, di ridimensionare la questione. Nella sua lettura, i problemi finanziari della città non avrebbero raggiunto il livello di una crisi vera e propria. È una posizione comprensibile sul piano politico e insostenibile su quello contabile. Chi ha esaminato i conti municipali arriva a una conclusione diversa: crisi è la parola corretta.
Vale la pena ricordare qualche cifra, con la cautela che i dati municipali sudafricani impongono, dato che le poste di bilancio delle metropoli vengono spesso riclassificate a esercizio in corso. Johannesburg gestisce un bilancio annuale che si aggira intorno agli 80 miliardi di rand — l’equivalente di alcuni miliardi di euro — ma il nodo non è la dimensione, bensì la qualità della riscossione e la voragine dei debiti verso i fornitori di servizi. La città accumula da anni arretrati verso Eskom, l’ente elettrico nazionale, e verso il gestore idrico Rand Water: importi che diverse ricostruzioni collocano nell’ordine dei miliardi di rand, senza che esista una cifra consolidata e verificata pubblicamente. Quando i fornitori minacciano il taglio, la città paga a rate ciò che dovrebbe essere ordinaria amministrazione.

Il meccanismo è quello classico delle municipalità sudafricane sotto stress: una parte consistente degli utenti non paga bollette e tasse, la riscossione resta cronicamente sotto le previsioni, e il buco viene tamponato spostando risorse dalla manutenzione delle infrastrutture. Il risultato è che tubature, reti elettriche e strade si deteriorano, aumentando le perdite e riducendo ulteriormente le entrate. Un circolo che si alimenta da solo.
La geografia sociale di questa fragilità non nasce ieri. Johannesburg è una città costruita attorno all’oro e disegnata dalla segregazione: l’apartheid separò fisicamente chi aveva accesso ai servizi da chi ne era escluso, e la fine del regime nel 1994 non ha cancellato quelle geometrie urbane, che continuano a pesare sulla capacità della città di far pagare tutti allo stesso modo. La periferia povera resta difficile da servire e da tassare; il centro storico, un tempo cuore finanziario, in molti isolati è diventato un tessuto di edifici occupati e degradati.
Sul piano politico, la fragilità è anche istituzionale. Negli ultimi anni la guida della città è passata di mano più volte, con coalizioni instabili e sindaci che si sono avvicendati con una frequenza che ha reso impossibile qualsiasi programmazione di lungo periodo. Ogni cambio di maggioranza ha significato nuove priorità, nuovi dirigenti, nuove promesse di risanamento raramente portate a termine. Morero guida oggi un’amministrazione che eredita questa discontinuità e che ha davanti scadenze precise verso i creditori nazionali.
La scelta comunicativa del sindaco — negare la parola “crisi” — non è un dettaglio. In un sistema in cui i trasferimenti dal governo centrale e la fiducia dei mercati dipendono anche dalla credibilità dei conti municipali, ammettere il problema è il primo passo per affrontarlo. Presentare la situazione come gestibile quando gli indicatori dicono altro rischia di ritardare gli interventi e di erodere ulteriormente la fiducia dei cittadini, già poco propensi a pagare per servizi che non ricevono.
Il tema riguarda molto più di una città. Johannesburg produce una quota rilevante del prodotto interno lordo sudafricano; il suo dissesto amministrativo è un problema nazionale mascherato da questione locale, e uno specchio delle difficoltà che attraversano diverse metropoli del Paese, da Tshwane a eThekwini.
Fuori dal Sudafrica, però, la vicenda circola poco. La finanza municipale di una città africana non produce titoli, nemmeno quando quella città è tra le più grandi e ricche del continente. Se ne parlerà, con ogni probabilità, solo il giorno in cui la luce o l’acqua si spegneranno per davvero, e non a intermittenza.

