A distanza di anni, la figura di Nelson Mandela rischia di ridursi a un'immagine consolatoria. Ma la transizione sudafricana fu un compromesso politico che lasciò intatto il potere economico: le disuguaglianze di allora pesano ancora oggi.
Mandela oltre l’immagine: cosa resta del negoziatore, non del santo
La memoria pubblica di Nelson Mandela si è progressivamente ridotta a una figura levigata: il prigioniero che perdona, il sorriso conciliante, la maglia degli Springbok indossata alla finale di rugby del 1995. È un ritratto comodo, che tende a cancellare ciò che Mandela fu davvero prima e durante quella transizione: un politico duro, un negoziatore paziente e, per una parte consistente della sua vita, un uomo che non escludeva la lotta armata come strumento.
La sua liberazione, l’11 febbraio 1990 dopo ventisette anni di detenzione, non fu il gesto benevolo di un regime pentito. Fu il punto di arrivo di un sistema — l’apartheid — che il Sudafrica bianco aveva costruito a partire dal 1948 su fondamenta già poste dalla colonizzazione olandese e britannica, e che negli anni Ottanta era diventato ingovernabile: sanzioni internazionali, disinvestimenti, township in rivolta, un’economia strozzata. Il governo di Frederik de Klerk negoziò perché non aveva più margini, non perché aveva cambiato idea sulla giustizia.
Chi raccontò quegli anni sul campo ricorda un Mandela consapevole del proprio valore simbolico e altrettanto attento a non spenderlo a vuoto. Sapeva che la sua persona era diventata, agli occhi del mondo, la sintesi di una causa; e usò quella centralità come leva negoziale, non come palcoscenico. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione, presieduta da Desmond Tutu a partire dal 1996, fu il tentativo più ambizioso di gestire il passaggio: raccogliere testimonianze, concedere amnistie in cambio di confessioni piene, evitare i tribunali di massa che avrebbero potuto riaprire la guerra. Un compromesso, con tutti i limiti dei compromessi.
Perché il punto che l’iconografia tende a nascondere è proprio questo: la transizione sudafricana fu politica, non morale. Mandela e l’African National Congress ottennero il potere politico — un uomo, un voto, dal 1994 — ma il potere economico rimase in larga misura dove era sempre stato. Le disuguaglianze razziali nella proprietà della terra, nell’accesso al capitale, nel controllo delle risorse minerarie non furono ribaltate. Trent’anni dopo, il Sudafrica resta tra i Paesi più diseguali al mondo secondo i dati della Banca Mondiale, con un coefficiente di Gini stabilmente tra i più alti misurati a livello globale. La disoccupazione ufficiale supera il trenta per cento, e sfiora il sessanta tra i giovani secondo le rilevazioni statistiche nazionali — cifre che vanno lette con la cautela dovuta a mercati del lavoro in cui l’economia informale sfugge in parte alla misurazione.

Questo è il lascito scomodo. Il negoziatore ottenne la pace civile e la fine dell’apartheid legale, evitando un bagno di sangue che molti davano per certo. Ma la scelta di garantire una transizione ordinata comportò rinunce sul terreno redistributivo, e quelle rinunce pesano ancora sulla vita quotidiana di milioni di persone. I governi che gli sono succeduti, dallo stesso ANC ormai al potere da tre decenni, hanno amministrato quel compromesso senza scioglierne i nodi, tra crescita mancata, corruzione documentata e crisi ricorrenti nella fornitura di elettricità.
C’è un’immagine che ricorre nei racconti di chi visitò Robben Island, la cava di calcare dove Mandela e altri prigionieri politici lavoravano sotto il sole: il riverbero bianco della pietra danneggiò in modo permanente la vista di diversi detenuti. Un dettaglio fisico, non retorico, di cosa fu quella detenzione.
La tentazione, a distanza di anni, è trasformare l’uomo in una statua da citare nelle occasioni ufficiali, svuotandolo delle contraddizioni. Mandela fu anche l’ANC che accettò il capitalismo di mercato, il leader che deluse chi si aspettava una rivoluzione sociale, il presidente che governò un solo mandato e se ne andò — scelta rara, questa sì, nel continente e altrove.
Il mondo continua a evocarne il nome con frequenza inversamente proporzionale alla conoscenza di ciò che rappresentò. Le commemorazioni si moltiplicano, i murales si ridipingono, il 18 luglio resta la giornata a lui dedicata dalle Nazioni Unite. Nel frattempo, l’attenzione internazionale sul Sudafrica reale — quello delle disuguaglianze non risolte, dei blackout, delle tensioni sociali — resta intermittente, accendendosi per lo più quando il Paese assume posizioni scomode sulla scena globale. L’icona viene celebrata; il bilancio incompiuto che ha lasciato riceve molta meno luce.
