Immagini satellitari mostrano un drone a lungo raggio compatibile con i modelli cinesi sull'aeroporto di Nyala, controllato dalle RSF. Un possibile salto nell'arsenale paramilitare in un conflitto già alimentato da forniture esterne di ogni provenienza.
Un drone di fabbricazione cinese a Nyala: l’aeroporto delle RSF cambia arsenale
Le immagini satellitari attribuite al 6 maggio 2026 mostrano un velivolo senza pilota di grandi dimensioni fermo sulla pista dell’aeroporto di Nyala, nel Darfur meridionale. Lo scalo è sotto il controllo delle Forze di Supporto Rapido, la formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo che dall’aprile 2023 combatte l’esercito regolare sudanese. La sagoma, per apertura alare e configurazione, è compatibile con i modelli a lungo raggio prodotti in Cina, del tipo già esportato in diversi teatri africani. La provenienza esatta dell’apparecchio non è confermata da fonti indipendenti: le immagini circolate finora consentono un’identificazione probabile, non certa.
Il dato, se verificato, segnerebbe un passaggio preciso nella guerra sudanese. Fino a oggi le RSF si erano appoggiate soprattutto a droni di piccolo e medio raggio, molti dei quali attribuiti a forniture provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, accusa che Abu Dhabi ha sempre respinto. Un velivolo capace di coprire distanze maggiori e di restare in volo per molte ore amplia il raggio operativo dei paramilitari ben oltre il Darfur, verso le rotte logistiche dell’esercito e le città ancora contese nel centro del Paese.
Nyala non è un aeroporto qualsiasi. Capoluogo del Darfur meridionale, la città è caduta sotto il controllo delle RSF nelle prime fasi del conflitto e da allora funziona come uno dei principali nodi di rifornimento della formazione, collegata ai corridoi che attraversano il Ciad e il Sud Sudan. Chi tiene Nyala tiene una delle porte occidentali del Sudan, la stessa regione dove i confini tracciati alla fine dell’Ottocento tra possedimenti anglo-egiziani e francesi hanno lasciato linee che ancora oggi separano popolazioni e uniscono contrabbandi.
La comparsa di un drone a lungo raggio dalla parte paramilitare va letta accanto a quanto già dispone l’esercito. Le forze armate sudanesi impiegano da tempo velivoli senza pilota di provenienza iraniana e turca, con cui hanno colpito posizioni delle RSF a Khartoum e nel Kordofan. La guerra sudanese è diventata, sotto questo profilo, un catalogo di forniture esterne: droni turchi, iraniani, cinesi, sistemi d’arma che arrivano attraverso Stati terzi mentre l’embargo formale sulle armi resta confinato, sulla carta, al solo Darfur.

Sul terreno il conflitto ha prodotto cifre che le organizzazioni umanitarie faticano a consolidare. Le stime sui morti oscillano da decine di migliaia a valori molto più alti, a seconda delle metodologie; il numero degli sfollati e dei rifugiati supera i dodici milioni secondo le agenzie delle Nazioni Unite, cifra che i responsabili sul campo indicano come parziale, perché intere aree restano inaccessibili al conteggio. Il Darfur resta l’epicentro delle denunce di violenze mirate contro comunità non arabe, in continuità con le campagne degli anni Duemila che valsero alle milizie janjaweed, antenate delle attuali RSF, i primi mandati di cattura internazionali.
L’introduzione di sistemi con maggiore autonomia rischia di spostare gli equilibri in un momento in cui il fronte è frammentato: l’esercito ha ripreso Khartoum e parte del centro, le RSF consolidano il controllo dell’ovest e premono verso el-Fasher, ultima grande città del Darfur ancora fuori dalla loro presa. Un drone in grado di operare su lunghe distanze può servire tanto alla ricognizione quanto agli attacchi contro obiettivi lontani dalla linea di contatto, riducendo i vantaggi che l’aviazione statale aveva conservato.
Resta la questione delle responsabilità. Ogni fornitore nega, ogni intermediario si nasconde dietro triangolazioni difficili da provare. Il gruppo di esperti dell’ONU sul Sudan ha ripetutamente segnalato flussi di materiale bellico che aggirano le sanzioni, senza che ne siano seguite conseguenze significative per gli Stati coinvolti. La comparsa di un singolo velivolo su una pista del Darfur è, in questo senso, un tassello: indica una tendenza più che chiuderne il quadro.
Il Sudan resta la crisi che il resto del mondo osserva a intermittenza. I vertici diplomatici che si susseguono tra Gedda, Il Cairo e le capitali del Golfo producono comunicati e poche tregue rispettate. Un’immagine satellitare basta a riaprire per qualche giorno l’attenzione sul più grande fronte armato del continente; poi la pista di Nyala torna a essere un puntino grigio in un archivio, mentre la guerra continua a spostarsi verso ovest.

