Militare in uniforme digitale supervisiona addestratori locali che operano con equipaggiamento in campo aperto.

L'esercito sudanese rivendica l'abbattimento di un drone cinese CH-95 attribuito alle RSF, usando un velivolo turco. Un episodio che segnala l'escalation della guerra dei droni in un conflitto entrato nel terzo anno senza sbocchi negoziali.

Sudan, la guerra dei droni cambia scala: l’esercito rivendica l’abbattimento di un velivolo cinese

Nel cielo sopra il Sudan i droni hanno ormai sostituito le colonne di veicoli come misura della potenza militare. L’esercito regolare, le Forze armate sudanesi (SAF), ha annunciato di aver abbattuto un velivolo senza pilota di fabbricazione cinese, un CH-95 (noto anche come FH-95), attribuito alle Forze di supporto rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo. Secondo il comunicato dell’esercito l’intercettazione sarebbe avvenuta grazie a un drone da combattimento turco Bayraktar Akıncı, affiancato da sistemi di difesa terrestri. Le circostanze e la data esatta non sono verificabili in modo indipendente, e nessuna fonte terza sul terreno ha finora confermato il tipo preciso di velivolo abbattuto.

Se la ricostruzione fosse accurata, il dato tecnico conterebbe più della retorica che lo accompagna. Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023 come resa dei conti tra due generali che avevano condiviso il potere dopo il colpo di Stato del 2021, si è progressivamente trasformato in un banco di prova per l’industria dei droni di mezzo mondo. Ankara vende all’esercito, altri fornitori riforniscono le RSF: le rivendicazioni dei due schieramenti parlano ormai il linguaggio delle sigle dei velivoli piuttosto che quello delle posizioni geografiche.

Il ricorso alle armi telecomandate ha una spiegazione crudele nella sua semplicità. Nessuna delle due parti dispone di una superiorità aerea stabile, e i droni permettono di colpire in profondità senza esporre piloti. Le RSF, nate dalle milizie janjaweed impiegate dal regime di Omar al Bashir nel Darfur vent’anni fa, hanno costruito negli ultimi mesi una capacità di attacco a lungo raggio che ha portato ordigni fino a Port Sudan, sul Mar Rosso, sede provvisoria del governo. L’esercito risponde con i propri velivoli e con una difesa aerea che rivendica, come in questo caso, singoli abbattimenti.

Cifre che non si lasciano contare

Il costo umano resta il numero più difficile da fissare. Le stime sui morti dall’inizio della guerra variano ampiamente a seconda della fonte, con valutazioni che vanno dalle decine di migliaia a cifre molto superiori quando si includono le vittime indirette di fame e malattie. Gli sfollati e i rifugiati superano i dieci milioni secondo le agenzie umanitarie, ma anche qui i dati sono aggiornati con difficoltà, perché intere aree del Darfur e del Kordofan restano inaccessibili agli osservatori. Ogni volta che un drone cade, i comunicati militari sono precisi al modello; sulle persone, l’aritmetica si fa vaga.

Due militari in uniforme mimetica in campo aperto, uno con emblema di sergente, maneggiano un piccolo drone
Militari sudanesi ispezionano un drone durante operazioni di combattimento nel Paese. — Foto: US Army Africa — BY 2.0, via Openverse

La radice di questa frammentazione è vecchia quanto lo Stato sudanese: i confini tracciati dall’amministrazione anglo-egiziana lasciarono in eredità un centro sul Nilo e periferie tenute ai margini, una geometria del potere che si ripete in ogni fase della guerra civile. Le RSF si presentano oggi come alternativa a quel centro; l’esercito come suo custode. Nessuna delle due narrazioni regge alla prova dei fatti sul terreno, dove entrambi gli schieramenti sono accusati di violazioni sistematiche contro i civili.

La dimensione internazionale è ormai parte integrante del conflitto. I droni turchi da un lato, i velivoli cinesi e i canali di rifornimento delle RSF dall’altro, disegnano una mappa di forniture che attraversa il Golfo e il Corno d’Africa. El Fasher, ultima grande città del Darfur ancora contesa, è rimasta per mesi il simbolo di questo assedio a bassa visibilità mediatica, mentre le rotte del contrabbando di armi restano difficili da mappare con certezza.

Sopra Omdurman, all’alba, le sagome dei velivoli senza pilota sono ormai un elemento del paesaggio quanto la polvere che sale dalle strade sterrate. È il segno di una guerra che si combatte con tecnologia importata e obiettivi locali, mentre le capacità di produzione autonoma restano marginali per entrambe le parti.

L’abbattimento di un singolo drone, per quanto sventolato come successo, non sposta l’equilibrio di un conflitto entrato nel suo terzo anno senza una prospettiva negoziale credibile. Ma segnala l’ennesimo passo nella corsa all’armamento telecomandato, in un teatro dove ogni fornitore straniero trova un compratore. Fuori dal Sudan, questa escalation continua a occupare uno spazio minimo nell’attenzione internazionale: se ne parla quando cade un velivolo di fabbricazione riconoscibile, molto meno quando cade una città.

Fonte originale: www.military.africa/2026/07/sudanese-armed-forces-downed-a-rebel-ch…

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