Pretoria accusa Ghana e Nigeria di diffondere notizie false sulla violenza xenofoba per isolarla diplomaticamente; i due paesi rivendicano la tutela dei propri cittadini. Una disputa che si gioca sul terreno della reputazione più che dei fatti verificabili.
Tra Pretoria, Accra e Abuja una lite diplomatica sulla xenofobia
La disputa che oppone il Sudafrica a Ghana e Nigeria non riguarda un confine né una risorsa contesa, ma la reputazione. Pretoria accusa i due paesi dell’Africa occidentale di alimentare una narrazione falsa sulla violenza xenofoba nel proprio territorio, con l’obiettivo — questa la lettura del governo sudafricano — di dipingerlo come uno Stato paria e di sollecitare l’intervento di tribunali internazionali. Accra e Abuja, dal canto loro, hanno più volte protestato per il trattamento riservato ai propri cittadini, tra aggressioni, sfratti e ostilità diffusa nei quartieri delle grandi città.
Il tema non è nuovo. Gli episodi di violenza contro migranti e commercianti stranieri in Sudafrica ricorrono da almeno due decenni: le ondate del 2008, del 2015 e del 2019 lasciarono decine di morti, secondo i conteggi delle organizzazioni per i diritti umani, cifre che le autorità sudafricane hanno spesso ridimensionato e che restano difficili da verificare in modo indipendente. Bersaglio ricorrente sono nigeriani, somali, zimbabwani, mozambicani ed etiopi, accusati nella retorica popolare di sottrarre lavoro e alimentare il crimine. È una tensione che affonda le radici nell’architettura economica ereditata dall’apartheid, quando il Sudafrica bianco importava manodopera dai paesi vicini tenendola in una condizione di subalternità permanente.
Oggi il confronto si gioca su un terreno più sottile, quello dell’informazione. Il governo di Pretoria sostiene che sui social circolino video decontestualizzati o non recenti, spacciati per prove di persecuzioni in corso, e che questa amplificazione serva a isolare il paese sul piano diplomatico. Le controparti replicano che minimizzare gli episodi equivale a coprirli. Nessuna delle due posizioni è verificabile a distanza: mancano dati aggregati e aggiornati sulle aggressioni per nazionalità, e i numeri che circolano nelle dichiarazioni ufficiali di entrambe le parti vanno trattati con cautela.

Il contesto rende la lite tutt’altro che marginale. Il Sudafrica resta la seconda economia del continente e un polo di attrazione per i lavoratori di tutta la regione australe e oltre. La Nigeria, con la sua popolazione e il suo peso economico, è l’altro gigante africano, e i rapporti tra i due paesi hanno conosciuto negli anni frizioni ricorrenti, dalle multe alle compagnie di telecomunicazioni ai richiami reciproci degli ambasciatori. Il Ghana, meno esposto, si è aggiunto alla protesta invocando tutele per i propri cittadini.
Dietro la retorica ci sono interessi concreti. Per Pretoria, l’accusa di essere uno Stato paria arriva in un momento in cui il paese cerca di accreditarsi come voce del Sud globale, dalla presidenza dei BRICS allargati fino alle iniziative giudiziarie internazionali su altri fronti. Una campagna che lo dipinga come persecutore di africani indebolirebbe quella postura. Per Abuja e Accra, alzare la voce sulla xenofobia è anche un modo per rispondere a un’opinione pubblica interna sensibile alle sorti dei propri emigranti.
Nelle strade di Johannesburg, dove i negozi dei commercianti stranieri restano chiusi dietro saracinesche abbassate nei giorni di tensione, la disputa diplomatica appare distante dalla realtà quotidiana di chi teme la prossima ondata. La questione di fondo — la convivenza tra cittadini e migranti africani in un paese segnato da disoccupazione elevata e disuguaglianze profonde — non si risolve con una nota di protesta né con una smentita.
Il continente osserva con attenzione disuguale. L’Unione Africana ha in passato richiamato il Sudafrica al dovere della solidarietà panafricana, ma senza strumenti coercitivi il richiamo resta simbolico. La comunità economica dell’Africa occidentale segue il caso dei propri cittadini, mentre le cancellerie occidentali, impegnate altrove, hanno finora lasciato la contesa all’interno del perimetro africano. È una lite tra vicini che raramente supera la soglia dell’attenzione globale, e che proprio per questo rischia di riproporsi ciclicamente, uguale a se stessa, ogni volta che un video torna a circolare e un governo decide di rispondere.

