Giacarta sprofonda fino a 25 centimetri l'anno perché milioni di abitanti, senza acquedotto, estraggono acqua dalle falde. Barriera marittima e nuova capitale non toccano la causa: solo l'estensione della rete idrica può rallentare il cedimento.
Giacarta: la città che sprofonda per mancanza di acquedotto
Giacarta scende. Il suolo della capitale indonesiana perde tra i 5 e i 10 centimetri l’anno nelle zone costiere settentrionali, con punte che in alcuni distretti hanno superato i 25 centimetri annui nell’ultimo decennio. Parti della città si trovano oggi sotto il livello del mare. La causa principale non è il clima. È l’acqua che viene estratta dal sottosuolo.
Il meccanismo è idraulico. La rete idrica pubblica raggiunge circa il 65% dei 10 milioni di residenti del comune, e coperture ancora inferiori nell’area metropolitana che ne conta oltre 30. Chi resta fuori attinge alle falde. Famiglie, edifici commerciali, impianti industriali pompano acqua dagli acquiferi profondi. Quando il volume estratto supera la ricarica naturale, gli strati di suolo si compattano e la superficie cede. Ogni pozzo che sostituisce un allacciamento assente è un contributo al cedimento.
La geografia amplifica il costo. Circa il 40% della città è già sotto il livello del mare, protetto da argini e sistemi di pompaggio. Quando il suolo scende e il mare sale, la differenza si accumula. Le inondazioni del 2020 e del 2021 hanno colpito quartieri che vent’anni fa erano asciutti. Ogni centimetro di cedimento aggiuntivo allarga l’area esposta e aumenta la spesa per il drenaggio.

La risposta infrastrutturale esiste ma resta parziale. Il progetto della grande diga marittima, noto come Giant Sea Wall, prevede una barriera costiera lunga decine di chilometri per proteggere la baia. I costi stimati oscillano tra i 40 e i 60 miliardi di dollari a seconda delle fasi. La costruzione è avanzata solo per i tratti iniziali. Una barriera che trattiene il mare non riduce però l’estrazione delle falde: agisce sul sintomo, non sulla causa.
La leva più diretta è l’acquedotto. Estendere la rete idrica alle aree oggi scoperte ridurrebbe la domanda di pompaggio privato. Il governo ha fissato l’obiettivo di portare la copertura vicino al 100% entro la fine del decennio, appoggiandosi a nuovi impianti di trattamento alimentati da bacini a monte. Il vincolo è duplice: la capacità di produzione di acqua potabile e la posa fisica delle condotte in una città densa e congestionata. Finché il servizio non arriva, il divieto di prelievo dalle falde resta difficile da far rispettare.
Da qui la scelta più radicale. Nel 2019 le autorità hanno annunciato lo spostamento della capitale amministrativa a Nusantara, nel Kalimantan orientale, sull’isola del Borneo. Il trasferimento sposta le funzioni di governo lontano dalla costa che sprofonda. La costruzione procede a rilento: i primi uffici sono operativi, ma il grosso della migrazione dei ministeri è stato più volte rinviato. Il costo previsto supera i 30 miliardi di dollari, in larga parte da finanziamento privato ancora incerto.
Il calcolo che questo spostamento non risolve è quello dei residenti. Anche a capitale trasferita, i milioni di abitanti di Giacarta restano dove sono. La città continuerà a essere il centro economico del Paese, con il porto di Tanjung Priok che movimenta la maggior parte del commercio marittimo indonesiano. Un porto che cede è un problema logistico prima ancora che urbanistico: le banchine sotto il livello del mare richiedono manutenzione crescente per restare operative.
Il nodo è di priorità e di flussi finanziari. La barriera marittima e la nuova capitale assorbono capitali nell’ordine delle decine di miliardi. L’estensione dell’acquedotto, meno visibile, agisce sulla causa del cedimento ma non produce inaugurazioni. La distribuzione della spesa tra questi tre fronti determina se il tasso di subsidenza rallenterà o proseguirà al ritmo attuale.
La variabile da osservare è la copertura della rete idrica: se entro il 2028 supererà l’80% nei distretti costieri, l’estrazione dalle falde potrà calare abbastanza da ridurre il cedimento sotto i 3 centimetri l’anno; altrimenti la corsa tra suolo e mare continuerà a favore del secondo.

