Antica farmacia giapponese con insegna in caratteri bianchi su sfondo scuro, facciata blu consumata e finestre a griglia.

Uno shock petrolifero colpisce le due economie asiatiche più esposte all'import energetico mentre le loro banche centrali hanno margini ridotti. Yen e won assorbono la pressione, con rischi di svalutazioni competitive in tutta la regione.

 | 

Yen e won: la fragilità valutaria che i mercati non prezzano

Il riflesso condizionato dei mercati davanti a una crisi mediorientale è noto. Il petrolio sale, la Federal Reserve rinvia i tagli, il dollaro si rafforza. Gli investitori riposizionano di conseguenza le esposizioni statunitensi. Questo schema ignora però una dinamica diversa, in atto a Tokyo e Seul.

Lo yen si muove intorno a quota 155-160 sul dollaro, vicino ai minimi che nel 2024 hanno costretto il ministero delle Finanze giapponese a interventi diretti sul mercato per oltre 60 miliardi di dollari. Il won staziona sopra 1.350 sul dollaro, soglia che la Banca di Corea sorveglia da mesi. Entrambe le valute perdono terreno mentre il petrolio Brent oscilla in area 75-85 dollari al barile.

La ragione è misurabile. Giappone e Corea del Sud importano quasi tutto il greggio che consumano: circa 3,3 milioni di barili al giorno il primo, 2,6 milioni il secondo. Un rincaro dell’energia allarga il deficit commerciale e pesa sulla bilancia corrente. Ogni 10 dollari in più sul barile si traducono, per il Giappone, in circa 12 miliardi di dollari annui di costo aggiuntivo per le importazioni energetiche.

Edificio storico in pietra con colonne neoclassiche circondato da moderni grattacieli e rami spogli.
La storica sede della Banca del Giappone a Tokyo contrasta con l'architettura moderna circostante. — Foto: Haydn Blackey — BY-SA 2.0, via Openverse

A questo si aggiunge la manovra delle banche centrali. La Banca del Giappone ha portato il tasso di riferimento allo 0,5%, il livello più alto dal 2008, dopo aver chiuso l’era dei tassi negativi. La Banca di Corea ha invece iniziato a tagliare, con il tasso sceso verso il 2,75%. Le due autorità procedono in direzioni opposte, ma il differenziale con il 4,25-4,5% statunitense resta ampio in entrambi i casi.

Questo divario alimenta il carry trade: capitali presi a prestito in yen a basso costo e investiti in attività denominate in dollari. La stima delle posizioni aperte in questa strategia varia tra i 500 miliardi e i 4.000 miliardi di dollari, a seconda della definizione. L’incertezza sul dato è essa stessa il problema. Ad agosto 2024 una parziale chiusura di queste posizioni ha fatto perdere all’indice Nikkei il 12% in una sola seduta, la peggiore dal 1987.

Se il petrolio resta elevato e la Fed rinvia i tagli, il differenziale con il Giappone si comprime lentamente ma quello atteso resta favorevole al dollaro. Lo yen continua a indebolirsi. La Banca del Giappone si trova stretta tra due obiettivi incompatibili: alzare i tassi per sostenere la valuta significa gravare su un debito pubblico pari al 250% del PIL, il più alto tra le economie avanzate. Ogni punto percentuale di rendimento in più sui titoli decennali aggiunge costi di servizio del debito nell’ordine dei 10.000 miliardi di yen l’anno a regime.

Per Seul il vincolo è diverso ma altrettanto concreto. Le riserve valutarie coreane sono scese sotto i 410 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2020. Difendere il won attraverso vendite di dollari erode questo cuscinetto. Al tempo stesso un won debole rincara le importazioni di componenti e materie prime per l’industria dei semiconduttori, che rappresenta circa il 20% dell’export nazionale.

Il punto che i mercati sottovalutano è la simultaneità. Uno shock petrolifero colpisce le due economie asiatiche più esposte all’import energetico proprio mentre le loro banche centrali hanno margini di manovra ridotti. Il Giappone non può alzare i tassi rapidamente senza destabilizzare il proprio bilancio. La Corea non può abbassarli senza accelerare il deflusso di capitali. In entrambi i casi la valuta assorbe la pressione.

Una svalutazione disordinata dello yen avrebbe effetti oltre i confini nazionali. Renderebbe l’export giapponese più competitivo rispetto a quello cinese e coreano, spingendo Pechino a tollerare uno yuan più debole. Il tasso di riferimento del renminbi è già fissato quotidianamente su livelli vicini a 7,2 sul dollaro. Una catena di svalutazioni competitive in Asia orientale riporterebbe alla memoria le dinamiche del 1997, quando la crisi valutaria partì proprio dalla regione.

La variabile da osservare è il prezzo del Brent nelle prossime otto-dodici settimane: se supera stabilmente i 90 dollari al barile mentre la Fed conferma il rinvio dei tagli, la Banca del Giappone sarà costretta a scegliere tra intervento valutario e stabilità del debito, e quella scelta definirà l’equilibrio del cambio asiatico per il resto dell’anno.

Fonte originale: asiatimes.com/2026/07/yen-won-flashing-a-currency-risk-markets-have…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *