Il colloquio tra i capi della diplomazia di Stati Uniti e Russia a Manila conferma un canale che resta aperto, mentre sul terreno il fronte del Donbass si sposta di poche centinaia di metri per volta.
Manila: il canale diplomatico resta aperto mentre il fronte non si muove
Il colloquio tra il segretario di Stato statunitense e il ministro degli Esteri russo a margine del vertice regionale a Manila conferma una cosa che sul terreno non si vede: i due governi continuano a parlarsi. Non è una trattativa di pace, non è un negoziato strutturato. È un canale che resta aperto anche quando le posizioni pubbliche divergono. Vale la pena registrarlo, perché la distanza tra la diplomazia dei vertici e il ritmo del fronte è oggi la chiave per leggere questa fase.
Partiamo dalla mappa, che è più stabile delle dichiarazioni. Da mesi il baricentro dei combattimenti resta nel Donbass orientale, lungo la direttrice che collega Pokrovsk agli abitati minori a sud-ovest. È qui che le forze russe hanno concentrato la pressione principale. Gli avanzamenti rivendicati da Mosca si misurano in chilometri quadrati alla settimana, non in cittadine conquistate: guadagni lenti, spesso limitati a campi aperti e a piccoli insediamenti, pagati con un logoramento elevato secondo le valutazioni dei centri di analisi occidentali, che sui numeri restano stime non verificate in modo indipendente.
Sul settore di Pokrovsk il quadro è quello di una manovra di aggiramento più che di assalto frontale. Le forze russe hanno tentato di allargare la pressione a nord e a sud del nodo, puntando a interdire le rotte di rifornimento ucraine più che a entrare direttamente nel centro abitato. La logistica ucraina in quel settore dipende da un numero ristretto di strade, e la minaccia dei droni FPV su quei corridoi è documentata da entrambe le parti. È una guerra di interdizione: chi controlla i movimenti dietro la linea, non solo la linea.

Più a nord, nella regione di Kharkiv e verso il confine di Sumy, l’attività è tornata a intensificarsi rispetto ai mesi precedenti, ma senza modifiche sostanziali del tracciato. Le incursioni transfrontaliere e i bombardamenti reciproci sulle aree di confine proseguono, con il fronte che si assesta senza sfondamenti. Kyiv rivendica il mantenimento delle proprie posizioni; Mosca rivendica progressi locali. Le due narrazioni convivono perché descrivono lo stesso fenomeno da lati opposti: un fronte che consuma risorse e si sposta di poco.
La componente aerea resta la più visibile per la popolazione. Le ondate di droni Shahed a lungo raggio e i lanci di missili da crociera e balistici contro le infrastrutture energetiche e i centri urbani ucraini sono ormai un ritmo settimanale. L’aeronautica ucraina pubblica ogni mattina i bilanci di intercettazione: percentuali alte di abbattimenti rivendicati, con i danni concentrati sui vettori che superano le difese. Sono cifre di fonte ucraina, non confrontabili in modo indipendente. Sul versante opposto, le difese russe rivendicano regolarmente l’abbattimento di droni ucraini diretti su raffinerie e depositi nelle regioni di frontiera e nel profondo del territorio.
È in questo scenario che l’incontro di Manila va collocato. Un colloquio a margine di un forum multilaterale non produce, di per sé, tregue. Ma segnala che i due ministeri degli Esteri mantengono un contatto diretto su Ucraina e sugli altri dossier che si intrecciano al conflitto. Le posizioni note restano lontane: Washington chiede un cessate il fuoco come precondizione, Mosca lega ogni discussione ai propri obiettivi territoriali. Nessuna delle due parti ha modificato pubblicamente questi paletti dopo l’incontro.
La domanda che resta sul tavolo è se il canale diplomatico serva a preparare qualcosa o solo a gestire il rischio di escalation involontaria. Le due funzioni non si escludono. In assenza di un movimento sul terreno che costringa una delle parti a rivedere i calcoli, i colloqui restano manutenzione: si tiene aperta la linea, si evitano incidenti, non si negozia la fine. Il fronte, intanto, continua a spostarsi di poche centinaia di metri per volta, in un senso o nell’altro, senza che nessun colloquio a migliaia di chilometri di distanza cambi quella misura.
Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dall’inizio dell’invasione su vasta scala del febbraio 2022 le vittime civili accertate in Ucraina superano le 13.500 persone uccise.

