Valigia aperta contenente pacchetti di droga e banconote di dollari su superficie con graffiti.

Washington rilancia le strategie più dure contro il narcotraffico designando i cartelli come gruppi terroristici. Ma il mercato del fentanyl e la crescita delle coltivazioni di coca complicano ogni promessa di risultati duraturi.

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America Latina: la nuova guerra di Washington al narcotraffico

Sul molo di Punta Coquibacoa, sulla penisola venezuelana della Guajira, i pescatori raccontano che negli ultimi mesi le motovedette passano più spesso. Non è impressione: nei Caraibi il traffico navale militare statunitense è cresciuto, e con esso il numero di imbarcazioni fermate o affondate al largo. Da quel tratto di costa, dove la linea di confine con la Colombia è un’astrazione cartografica, parte una delle rotte che la Casa Bianca ha deciso di trattare come un problema di sicurezza nazionale più che di ordine pubblico.

La svolta è terminologica prima ancora che operativa. Designare alcune organizzazioni criminali come gruppi terroristici cambia le regole d’ingaggio, apre la porta a strumenti finanziari, giudiziari e — potenzialmente — militari che finora erano riservati ad altri teatri. È il ritorno di un lessico che l’America Latina conosce bene, quello della guerra alla droga inaugurata negli anni Settanta e riscritta più volte, dal Plan Colombia alle campagne messicane. Ogni ciclo ha promesso di colpire i vertici e di prosciugare i flussi. Ogni ciclo ha prodotto risultati misurabili sulle capacità dei singoli cartelli e risultati assai meno chiari sul fenomeno complessivo.

Conviene guardare i cartelli per quello che sono: attori economici razionali, con catene di approvvigionamento, gestione del rischio e capacità di riorganizzarsi. La cosiddetta strategia del “kingpin”, l’eliminazione dei capi, ha decapitato strutture come quella di Sinaloa o dei Zetas senza ridurre l’offerta. Al contrario, la frammentazione ha spesso moltiplicato gli attori e aumentato la violenza territoriale, perché un mercato con molti fornitori piccoli è più conflittuale di uno con pochi grandi. Chi progetta interdizione dovrebbe tenerne conto: colpire il nodo non equivale a spezzare la rete.

Aereo da pattugliamento della Guardia Costiera americana con livrea bianca, rossa e blu in volo contro cielo sereno.
Velivolo Usa per operazioni di contrasto al traffico di droga in America Latina. — Foto: Sean P. Twomey — Pexels License, via Pexels

Qui entra la statistica che complica la lettura facile. La DEA e diverse analisi indipendenti stimano che il fentanyl abbia ormai in gran parte sostituito l’eroina sul mercato nordamericano, e il fentanyl non richiede piantagioni. Si sintetizza in laboratorio a partire da precursori chimici che arrivano in larga misura dall’Asia. Significa che la geografia del problema si è staccata dalla geografia dei campi di coca e papavero: si possono irrorare ettari di coltivazioni andine senza intaccare una filiera che vive di container, chimica industriale e logistica. La coltivazione di coca in Colombia, del resto, ha toccato negli ultimi anni massimi storici pur in presenza di programmi di eradicazione: un dato che suggerisce quanto l’offerta risponda ai prezzi più che alle politiche repressive.

Sul piano diplomatico l’operazione ha effetti collaterali prevedibili. Trattare i gruppi criminali come nemici da combattere anche oltre confine tocca la sovranità dei Paesi in cui operano. Il Messico ha già segnalato che non accetterebbe interventi unilaterali sul proprio territorio, e la sensibilità è comprensibile in un continente dove le operazioni statunitensi hanno lasciato memorie lunghe. Il Venezuela, a sua volta, viene descritto da Washington come snodo del traffico attraverso strutture legate agli apparati di potere, una lettura che a Caracas serve a presentare ogni pressione esterna come aggressione politica. La linea tra contrasto al crimine e leva geopolitica si assottiglia.

C’è poi la questione dei risultati duraturi, che è la vera incognita. Congelare patrimoni e perseguire i finanziatori è probabilmente lo strumento più efficace tra quelli in campo, perché aggredisce ciò che rende razionale l’impresa criminale: il profitto. Ma i flussi finanziari illeciti hanno una capacità di adattamento pari a quella logistica, e passano attraverso sistemi bancari, criptovalute ed economie legali che nessun elenco di organizzazioni terroristiche cancella. Il denaro riciclato si muove nelle stesse infrastrutture che servono al commercio lecito, ed è questa promiscuità a rendere l’obiettivo scivoloso.

Chi conosce la regione tende a diffidare degli annunci di svolta definitiva. Non perché le nuove misure siano inefficaci in assoluto — alcune lo sono, sul piano tattico — ma perché la domanda che le alimenta resta negli Stati Uniti, e l’offerta resta un mercato globale che risponde a incentivi economici prima che a decreti. La retorica bellica ha il vantaggio di semplificare: c’è un nemico, si combatte, si vince. La realtà dei mercati illegali è meno accomodante, e ha già mostrato più volte di sopravvivere ai propri necrologi.

Dal molo di Punta Coquibacoa le motovedette continueranno a passare. I pescatori, che di rotte e di clima politico se ne intendono, non sembrano attendersi che questo cambi granché la loro geografia. È una previsione empirica, non un giudizio: la storia recente del continente offre pochi motivi per contraddirla.

Fonte originale: insightcrime.org/news/the-new-us-war-on-organized-crime/

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