Nave da pattugliamento con bande rosse e bianche naviga in acque turchesi con costa industriale sullo sfondo.

Un nuovo scontro navale tra Cina e Filippine, coinciso con la visita di Marco Rubio al vertice ASEAN di Manila, riporta al centro la fragile tregua nel Mar Cinese Meridionale e mette alla prova la doppia postura americana verso Pechino.

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Mar Cinese Meridionale: un incidente riporta al centro la fragile diplomazia tra Manila e Pechino

La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio a Manila, in occasione del vertice dei ministri degli Esteri dell’ASEAN, si è sovrapposta a un nuovo episodio di attrito marittimo tra Cina e Filippine. Lo scontro, avvenuto in acque contese, ha prodotto le consuete recriminazioni incrociate tra Pechino e Manila, la convocazione reciproca degli ambasciatori e una presa di posizione critica da parte di Washington nei confronti del comportamento cinese nell’area. La coincidenza temporale con la concentrazione di alti rappresentanti diplomatici nella capitale filippina ha amplificato la risonanza dell’incidente, conferendogli un peso politico superiore a quello di molti precedenti confronti navali.

Due elementi rendono l’episodio più significativo del solito. Il primo è il ferimento di un membro dell’equipaggio filippino, che avrebbe riportato una lesione grave alla testa in seguito a un contatto fisico con personale cinese. Le lesioni serie restano relativamente rare nelle ricorrenti frizioni del Mar Cinese Meridionale, dove le tattiche prevalenti — cannoni ad acqua, manovre di speronamento, blocchi di navigazione — puntano a coartare senza provocare vittime. Il secondo elemento riguarda la localizzazione: lo scontro sarebbe avvenuto in prossimità di uno degli avamposti più simbolici del contenzioso, dove le Filippine mantengono da anni una vecchia nave incagliata come presidio permanente e come affermazione di sovranità.

Il contesto: una tregua fragile ma sorprendentemente durevole

Per comprendere la portata dell’episodio occorre risalire all’intesa bilaterale raggiunta tra Pechino e Manila circa due anni fa, un accordo tecnico e circoscritto che regolava le missioni di rifornimento verso l’avamposto filippino. Quell’intesa, per quanto limitata nella sua ambizione, aveva prodotto un risultato concreto: la riduzione delle attività coercitive cinesi in quel punto specifico e un allentamento delle tensioni in una delle aree più sensibili della disputa. La sua tenuta nel tempo ha rappresentato una rara vittoria della diplomazia in un teatro dominato dalla logica del fatto compiuto.

La disputa marittima nel Mar Cinese Meridionale poggia su una asimmetria strutturale. Pechino rivendica la quasi totalità del bacino sulla base di una linea tracciata unilateralmente, respingendo la sentenza arbitrale del 2016 che aveva dato ragione a Manila su punti sostanziali del diritto internazionale del mare. Le Filippine, potenza navale largamente inferiore, non dispongono degli strumenti per contrastare militarmente la presenza cinese e hanno progressivamente adottato una strategia di visibilità: documentare gli incidenti, internazionalizzare il contenzioso e appoggiarsi al trattato di mutua difesa con gli Stati Uniti come deterrente ultimo.

Due navi riprese dall'alto in acque poco profonde, una rossa a sinistra e una grigia a destra su fondali sabbiosi.
Navi nel Mar Cinese Meridionale in acque contese tra Filippine e Cina. — Foto: SurfaceWarriors — BY-SA 2.0, via Openverse

La riemersione dell’avamposto storico come punto di frizione, dopo mesi in cui le tensioni si erano spostate verso altre secche e banchi contesi, segnalerebbe un logoramento dell’intesa. Sarebbe un segnale negativo non solo per Manila ma per l’intera architettura di sicurezza del Sud-est asiatico, che ha nella stabilità di quelle rotte marittime uno degli interessi vitali condivisi.

La cornice sino-americana

L’incidente si colloca in una fase particolare delle relazioni tra Washington e Pechino. Dopo il vertice tra i due presidenti nella primavera di quest’anno, il canale bilaterale ha conosciuto un grado di ingaggio più strutturato, pur in presenza di divergenze profonde su commercio, tecnologia e sicurezza regionale. L’incontro tra Rubio e il ministro degli Esteri cinese a margine del vertice ASEAN è stato descritto come costruttivo, e la questione marittima vi ha trovato spazio nel quadro più ampio della gestione del rapporto tra le due grandi potenze.

Questa dinamica illumina la doppia postura di Washington. Da un lato, gli Stati Uniti hanno interesse a sostenere un alleato militarmente inferiore, ribadendo la validità degli impegni di difesa e denunciando i comportamenti coercitivi cinesi. Dall’altro, hanno un interesse altrettanto forte a evitare che un incidente locale inneschi una escalation incontrollata, che rischierebbe di trascinarli in un confronto diretto per una posta geografica limitata. La gestione della rivalità — non la sua risoluzione — è divenuta il paradigma operativo della diplomazia americana verso Pechino.

Le implicazioni strategiche

Sul piano regionale, il vertice ASEAN espone i limiti strutturali dell’organizzazione nel mediare la disputa. Il principio del consenso e la presenza al suo interno di Stati con posizioni divergenti verso la Cina — alcuni fortemente dipendenti economicamente da Pechino — hanno storicamente impedito una linea comune incisiva. Il Codice di condotta negoziato da oltre vent’anni resta incompleto e privo di vincolatività. In questo vuoto, le intese bilaterali circoscritte, come quella tra Cina e Filippine, hanno finito per rappresentare gli unici strumenti realmente operativi di de-escalation.

Per Manila, la posta è duplice. L’amministrazione filippina ha investito politicamente nella strategia di allineamento con Washington e di esposizione pubblica delle azioni cinesi, ottenendo attenzione internazionale ma anche il rischio di irrigidire il confronto. La riapertura di un fronte che l’accordo aveva contribuito a raffreddare metterebbe alla prova la sostenibilità di questa linea, imponendo di bilanciare la fermezza sulla sovranità con la necessità di preservare i pochi meccanismi di gestione delle crisi esistenti.

Per Pechino, il calcolo è più sottile. Se l’incidente è stato deliberato, la scelta del momento appare controproducente: la concentrazione diplomatica a Manila ha garantito la massima visibilità all’episodio proprio mentre la Cina cerca di presentarsi come attore responsabile nella cornice del riavvicinamento con Washington. Se invece si è trattato di un attrito operativo non pienamente controllato dal vertice politico, l’episodio conferma i rischi insiti in una postura di pressione costante, dove la delega alle unità sul campo può generare esiti non desiderati.

La finestra diplomatica offerta dalla presenza di Rubio a Manila rappresenta un’occasione limitata ma reale per contenere le tensioni. L’obiettivo realistico non è la risoluzione del contenzioso, che riposa su rivendicazioni inconciliabili, ma la conservazione di quel poco che ha funzionato: la tenuta dell’intesa bilaterale, il ripristino della prevedibilità negli avamposti più sensibili e il mantenimento dei canali di comunicazione tra le parti. In un teatro dove ogni collisione navale può assumere valenza sistemica, la capacità di gestire gli incidenti prima che degenerino resta il più concreto indicatore di stabilità.

Fonte originale: responsiblestatecraft.org/china-philippines-second-thomas-shoal/

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