Petroliera con scafo verde e rosso vista dall'alto mentre naviga in acque blu del Mediterraneo.

Atene frena sull'inasprimento delle sanzioni al trasporto marittimo del greggio russo per proteggere il proprio comparto armatoriale, il più grande al mondo. Ma la resistenza tecnica solleva un dilemma reale sull'efficacia del tetto al prezzo.

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La Grecia e le sanzioni sul greggio russo: perché Atene frena a Bruxelles

La discussione sul diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca ha riportato al centro un dossier tecnico ma decisivo: il trasporto marittimo del petrolio russo. E in quel dossier la posizione della Grecia pesa più di quanto il suo peso politico nell’Unione europea lascerebbe supporre. La ragione sta nei numeri della flotta.

Secondo i dati dell’UNCTAD, gli armatori greci controllano la quota più ampia della capacità mondiale di trasporto marittimo, con un’incidenza particolarmente alta nel segmento delle petroliere. Una parte di questa flotta ha continuato a movimentare greggio russo dopo il febbraio 2022, operando entro i margini consentiti dal tetto al prezzo introdotto dal G7 nel dicembre di quello stesso anno. Il meccanismo, fissato allora a 60 dollari al barile, permetteva alle navi occidentali di trasportare petrolio russo purché venduto sotto quella soglia.

Il punto di attrito attuale riguarda proprio l’irrigidimento di quel regime. La Commissione europea spinge per misure più stringenti contro la cosiddetta flotta ombra, l’insieme di petroliere anziane, spesso registrate sotto bandiere di comodo e assicurate fuori dai circuiti occidentali, che Mosca ha impiegato per aggirare il tetto. Ma le proposte che allargano i controlli e le liste nere delle navi toccano anche il naviglio regolare, e qui gli interessi degli armatori greci si fanno sentire.

Una grande petroliera rossa naviga nello Stretto del Bosforo con lo skyline di Istanbul e la Torre Camlica sullo sfondo.
Petroliera nel Bosforo con Istanbul e la Torre Camlica alle spalle. — Foto: Burak Başgöze — Pexels License, via Pexels

Il timore economico e quello strategico

Atene si muove su due preoccupazioni parallele. La prima è economica: il settore armatoriale è una delle voci più solide dell’economia greca, e ogni restrizione che complichi le operazioni delle petroliere battenti bandiera ellenica o gestite da compagnie greche ha ricadute dirette. La seconda è di sicurezza. La Grecia condivide con Mosca un rapporto ambivalente, fatto di legami storici e religiosi e, insieme, di crescente allineamento con la posizione europea sulla guerra.

Va ricordato che, sul piano del sostegno militare a Kiev, la Grecia ha fornito equipaggiamenti fin dalle prime fasi del conflitto, tra cui veicoli corazzati di fabbricazione sovietica e munizioni. Non è quindi un attore che abbia scelto la neutralità. La resistenza sul dossier marittimo non nasce da simpatia verso il Cremlino, ma dal calcolo di chi valuta il costo di regole che colpiscono un comparto nazionale strategico.

Cosa prevedono le misure in discussione

Le sanzioni europee sulle petroliere hanno seguito una progressione. Bruxelles ha inserito in liste nere centinaia di navi accusate di far parte della flotta ombra, vietando loro l’accesso ai porti e ai servizi europei. I pacchetti più recenti hanno esteso i controlli e ridotto ulteriormente il valore di riferimento per il tetto al prezzo del greggio russo.

Il diciannovesimo pacchetto, in discussione tra gli Stati membri, punta ad aggiungere altre unità agli elenchi e a stringere sui meccanismi assicurativi e sul monitoraggio dei trasferimenti nave-nave in alto mare, la tecnica usata per mascherare l’origine del carico. Ogni allargamento richiede l’unanimità del Consiglio, il che assegna a ciascun governo una capacità di veto o quantomeno di negoziazione al ribasso. È in questo spazio che la Grecia, insieme ad altri Paesi mediterranei con forti interessi marittimi come Cipro e Malta, ha cercato di limitare l’ampiezza delle misure.

La posta in gioco per la logistica energetica di Mosca

L’efficacia delle sanzioni marittime resta oggetto di valutazioni discordanti. Il Center for Research on Energy and Clean Air, che monitora i flussi energetici russi, ha stimato che una parte consistente delle esportazioni di greggio di Mosca viaggi ormai su navi non coperte dai servizi occidentali, riducendo la presa diretta del tetto sul prezzo. Al tempo stesso, l’inserimento di singole petroliere nelle liste nere ne ha rallentato l’operatività, costringendo Mosca a rifornire e ampliare la flotta parallela a costi crescenti.

Il nodo greco tocca quindi il cuore del meccanismo. Se una quota rilevante del trasporto legale continua a passare per armatori europei, l’Unione conserva una leva. Se questi si ritirano completamente per timore delle sanzioni, il traffico rischia di spostarsi ancora di più verso il naviglio opaco, più difficile da tracciare e da fermare. È il paradosso che Atene solleva nelle trattative, e che rende la sua posizione tecnicamente scomoda da liquidare come mera resistenza.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, alla fine del 2024 i rifugiati ucraini registrati in Europa erano circa 6,3 milioni.

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