Gli osservatori delle Nazioni Unite registrano un aumento delle vittime civili lontano dalla linea di combattimento, effetto dell'uso crescente di missili a lungo raggio e droni. Il fronte terrestre resta fermo, ma la profondità è diventata il vero terreno del logoramento.
I droni allungano il fronte: sale il conto dei civili lontano dalla linea di combattimento
Il dato che arriva dagli osservatori delle Nazioni Unite non riguarda le trincee. Riguarda le città a duecento, trecento chilometri dai punti in cui i due eserciti si contendono metri di terra. È lì che nell’ultimo periodo è cresciuto il numero di civili uccisi e feriti, e la ragione è tecnica prima ancora che politica: missili a lungo raggio e sciami di droni economici che permettono di colpire dove le difese aeree sono più rade e i bersagli più densi.
Vale la pena fermarsi sulla geografia, perché racconta più di qualsiasi comunicato. Una guerra di posizione, com’è diventata quella tra Russia e Ucraina dopo la fase di movimento del 2022, tende a concentrare le perdite dove si combatte. Se invece il conto dei civili sale, e sale proprio nelle retrovie, significa che l’arma decisiva non è più il cannone campale ma il vettore che vola per centinaia di chilometri e cade su un condominio o su una sottostazione elettrica. Il fronte, in questo senso, si è allungato fino a coincidere con le mappe delle due nazioni intere.
Il meccanismo è simmetrico solo in apparenza. Le forze russe dispongono di un arsenale missilistico più profondo e di droni d’attacco prodotti in serie con licenza iraniana, i modelli della famiglia Shahed che l’industria di Mosca ha imparato a fabbricare in casa a costi contenuti. L’Ucraina risponde con droni a lungo raggio di produzione propria, sempre più capaci di raggiungere raffinerie e depositi nel territorio russo. Ma la densità dei lanci resta diseguale, e i numeri sui civili lo riflettono: la maggior parte delle vittime documentate dagli osservatori internazionali resta sul lato ucraino, dove gli attacchi contro l’infrastruttura energetica hanno un effetto che si moltiplica quando arriva il freddo.

Qui sta la vera differenza rispetto agli inverni precedenti. Colpire una centrale non uccide solo chi si trova nell’edificio nel momento dell’esplosione. Toglie riscaldamento e acqua a quartieri interi, e il costo umano si distribuisce nelle settimane successive, nelle corsie d’ospedale senza corrente e nelle case dove gli anziani non si muovono. È una contabilità difficile da chiudere, perché non tutte le morti che seguono un blackout finiscono nelle statistiche degli attacchi. Gli osservatori lo sanno, e per questo le loro cifre vanno lette come una soglia minima, non come un totale.
C’è poi la questione dei sistemi di difesa. Ogni intercettazione riuscita è invisibile alle statistiche delle vittime, ma decide tutto. Le batterie Patriot e i sistemi europei più moderni proteggono le grandi città meglio dei centri minori, e questo crea una gerarchia della sicurezza: chi vive nella capitale ha più probabilità di sentire solo le sirene, chi vive in una città media viene colpito più spesso. La geografia del rischio segue la distribuzione delle armi occidentali, che restano una risorsa scarsa e contesa, e ogni ritardo nelle consegne si traduce, mesi dopo, in una riga in più nei rapporti sui civili.
Sul piano della retorica, entrambe le capitali usano lo stesso repertorio rovesciato. Mosca presenta i propri attacchi come mirati contro obiettivi militari e industriali, e attribuisce le vittime civili agli errori delle difese avversarie. Kiev denuncia il terrore deliberato contro la popolazione e rivendica invece la natura strettamente militare dei propri raid oltre confine. Sono argomenti prevedibili, e la loro simmetria non significa equivalenza dei fatti: il volume di fuoco che ciascuna parte è in grado di scaricare sulle città dell’altra non è lo stesso.
Quello che gli osservatori delle Nazioni Unite fotografano è un adattamento, non una svolta. Con il fronte terrestre quasi immobile e le controffensive che non hanno prodotto sfondamenti, la profondità è diventata il terreno dove si cerca di ottenere ciò che non si ottiene sulla linea di contatto: logorare l’avversario, spegnergli le luci, misurarne la resistenza sociale prima di quella militare. È una logica che premia chi ha più munizioni e più autonomia industriale, e che scarica il conto su chi ha meno protezione.
Resta il numero, che è la cosa meno negoziabile di tutte. Ogni volta che un rapporto registra un aumento delle vittime nelle retrovie, sta dicendo che la definizione di zona sicura si è ristretta ancora. In una guerra così, la distanza dal fronte ha smesso di essere una garanzia: è diventata soltanto una questione di gittata.

