La giunta militare del Myanmar controlla meno della metà del territorio, ma resta l'unico interlocutore diplomatico riconosciuto. Come l'assenza di alternative legittimate e il controllo dei valichi commerciali ridisegnano gli equilibri di potere.
Myanmar, la geografia del potere non coincide più con la giunta
Il Myanmar controllato dalla giunta militare si è ridotto a una frazione del territorio. Le stime dei gruppi di ricerca indipendenti indicano che il Tatmadaw esercita controllo pieno su meno della metà dei 330 township del Paese. Il resto è diviso tra amministrazioni delle organizzazioni etniche armate, zone contese e aree gestite dal governo di unità nazionale legato al parlamento deposto nel febbraio 2021.
Questa frammentazione ha un riscontro economico misurabile. I ricavi doganali della giunta dipendono in larga parte dai valichi terrestri verso Cina e Thailandia. Diversi di questi valichi, tra cui quelli lungo il corridoio verso lo Yunnan, sono passati sotto il controllo delle forze etniche durante l’Operazione 1027 avviata nell’ottobre 2023. La conseguenza è un doppio prelievo: le tasse di transito che prima finivano nelle casse militari ora alimentano le amministrazioni locali armate.
Il commercio del giada e delle terre rare ne è la dimostrazione. Le miniere di terre rare nello Stato Kachin, che riforniscono la filiera cinese dei magneti permanenti, si trovano in aree dove il controllo effettivo appartiene alle forze del Kachin Independence Army. Chi acquista quel materiale tratta con chi presidia la strada, non con Naypyidaw. Il principio si estende all’energia: i gasdotti verso la Cina e i giacimenti offshore restano fonti di valuta pregiata per la giunta, ma la loro difesa richiede risorse che il bilancio militare fatica a sostenere.

Su questo sfondo si colloca la tesi che circola in ambito diplomatico regionale, secondo cui il Myanmar non avrebbe più un governo unico riconoscibile. La formula descrive un fatto reale. Ma produce un effetto pratico preciso: se non esiste un interlocutore alternativo legittimato, l’unico soggetto con cui parlare torna a essere la giunta. L’assenza di riconoscimento formale del governo di unità nazionale, unita al vuoto di rappresentanza delle amministrazioni etniche nei fori internazionali, restituisce al Tatmadaw il monopolio del canale diplomatico.
L’ASEAN opera dentro questa cornice. Il Consenso in cinque punti concordato nell’aprile 2021 non ha prodotto risultati verificabili: l’accesso umanitario resta limitato, il dialogo tra le parti non è iniziato, la violenza non è cessata. L’organizzazione ha escluso il capo della giunta dai vertici di alto livello per alcuni anni. La partecipazione a incontri bilaterali, come le visite a Stati membri, riapre però spazi che le decisioni collettive avevano chiuso. Ogni ammissione a un tavolo, anche informale, incrementa il capitale di legittimità della giunta senza contropartite misurabili sul terreno.
La Cina gestisce la contraddizione con pragmatismo. Pechino mantiene rapporti con la giunta per proteggere i corridoi infrastrutturali del progetto verso l’Oceano Indiano, e allo stesso tempo dialoga con le forze etniche che controllano il confine dello Yunnan, dove opera per contenere le reti di frode online che hanno bersagliato cittadini cinesi. La priorità dichiarata è la stabilità del confine, non l’esito politico interno. Questo doppio binario conferma che il potere effettivo, sul terreno, è distribuito.
La Thailandia affronta il problema dal lato dei flussi. Il numero di rifugiati e sfollati interni ha superato i tre milioni secondo le stime delle agenzie umanitarie. La frontiera thailandese assorbe una parte di questa pressione e ospita catene di approvvigionamento informali che attraversano le linee del conflitto. Bangkok tratta di fatto con più amministrazioni locali, indipendentemente dalle posizioni ufficiali.
Il nodo elettorale aggiunge un vincolo temporale. La giunta ha annunciato elezioni la cui organizzazione richiede la conduzione di un censimento e il controllo dei seggi. Entrambe le condizioni sono irrealizzabili nelle aree fuori dal controllo militare, che comprendono buona parte del territorio. Un voto tenuto solo dove il Tatmadaw comanda produrrebbe un risultato senza copertura sull’intero Paese, ma sufficiente a fornire una veste istituzionale alla giunta di fronte agli interlocutori esteri.
La variabile da osservare nei prossimi dodici mesi è il controllo dei valichi commerciali verso Cina e Thailandia: se le forze etniche consolideranno la loro presa sui corridoi doganali, la capacità della giunta di finanziare la guerra e l’apparato statale calerà in misura tale da spostare l’equilibrio a prescindere da qualsiasi riconoscimento diplomatico.

