Nelle valli dell'Hadhramaut la plastica invade campi e canali: è l'effetto collaterale di un decennio in cui lo Yemen ha smesso di raccogliere i rifiuti. Un danno lento che si somma a fame ed epidemie mentre la guerra resta irrisolta.
Yemen: la plastica nei wadi e i conti di una guerra che non finisce
Nel Wadi Dawan, valle scavata nell’altopiano dell’Hadhramaut, il paesaggio resta quello delle cartoline: pareti di roccia ocra, palmeti stretti sul fondovalle, villaggi di fango che si arrampicano sulle pendici. Poi lo sguardo scende di quota e trova i sacchetti impigliati nei rovi, le bottiglie accumulate nei canali di scolo, le buste che il vento del deserto spinge fin dentro i campi coltivati. Non è un dettaglio estetico. È l’esito di un decennio in cui le infrastrutture minime di uno Stato — la raccolta dei rifiuti, tra le prime a saltare — hanno smesso di funzionare.
Lo Yemen produce migliaia di tonnellate di rifiuti al giorno e non ha quasi più i mezzi per smaltirli. La guerra iniziata nel 2014, con l’avanzata degli Houthi su Sanaa e l’intervento della coalizione a guida saudita l’anno successivo, ha smontato pezzo dopo pezzo quel poco che esisteva: discariche gestite, camion per la raccolta, impianti di trattamento. Al loro posto sono cresciute discariche informali a cielo aperto, roghi domestici e valli come questa dove la plastica finisce per accumularsi con la lentezza inesorabile di un materiale che nessuno viene più a togliere.

Il meccanismo è semplice e per questo difficile da invertire. La plastica monouso è economica e arriva ovunque, anche dove i beni essenziali scarseggiano; smaltirla costa e richiede uno Stato che funzioni. Quando il secondo termine dell’equazione svanisce, resta solo il primo. Nelle campagne dell’Hadhramaut i sacchetti si depositano sul terreno agricolo, ostruiscono i canali che portano l’acqua ai palmeti, vengono ingeriti dal bestiame. Bruciarli, come si fa in mancanza di alternative, immette diossine nell’aria che si respira nei villaggi. È un danno che si distribuisce lentamente, senza il conteggio quotidiano dei bollettini militari, e proprio per questo tende a scomparire dalle priorità.
Vale la pena ricordare in che cornice si inserisce. Le Nazioni Unite hanno definito la crisi yemenita, per anni, come una delle emergenze umanitarie più gravi al mondo: milioni di persone dipendenti dagli aiuti, un sistema sanitario ridotto all’osso, epidemie di colera che sono tornate a ondate proprio dove acqua e rifiuti non vengono più separati. La contaminazione ambientale non è una voce a parte rispetto a fame e malattie: ne è un moltiplicatore. L’acqua che i canali intasati non riescono più a smistare è la stessa che serve a bere e a irrigare.
Sul piano militare, l’ultimo triennio ha cambiato le geometrie senza spostare il fondo. La tregua mediata dall’ONU nell’aprile 2022 ha ridotto in modo tangibile i combattimenti sulle linee interne: meno raid aerei, riapertura parziale dell’aeroporto di Sanaa, transito di alcune navi carburante verso Hodeida. Formalmente è scaduta nell’ottobre dello stesso anno, ma il livello di scontro non è più tornato ai picchi precedenti. Nel frattempo gli Houthi hanno spostato il baricentro delle loro operazioni verso il Mar Rosso, colpendo il traffico mercantile in connessione con la guerra a Gaza, e attirando su di sé i raid di Stati Uniti e Regno Unito. La guerra interna, quella che ha svuotato i comuni e fermato i camion della spazzatura, è passata sullo sfondo dell’attenzione internazionale mentre restava, sul terreno, ampiamente irrisolta.
Questa è la parte scomoda. Il Paese resta diviso tra l’amministrazione Houthi nel nord-ovest e il governo riconosciuto, sostenuto dai sauditi e dagli emiratini, nelle aree meridionali e orientali — Hadhramaut compreso. Nessuna delle due autorità ha ricostruito i servizi di base su scala nazionale; entrambe hanno investito prima nella capacità di combattere e negoziare. La raccolta dei rifiuti non produce comunicati, non pesa ai tavoli di Riad o di Muscat, non entra nei calcoli di chi tratta il futuro assetto del Paese. Rimane a carico delle comunità locali, quando riescono a organizzarsi, e delle organizzazioni umanitarie, quando hanno fondi e accesso.
Le soluzioni tecniche esistono e non sono esotiche: discariche controllate, raccolta differenziata elementare, limiti alla plastica monouso, campagne di sensibilizzazione. Tutte presuppongono però istituzioni capaci di pianificare oltre l’emergenza immediata, e continuità di finanziamento. In uno Stato frammentato, con una tregua che regge per stanchezza più che per accordo, questa continuità è esattamente ciò che manca. La plastica nel Wadi Dawan continua ad accumularsi perché il tempo lungo del risanamento ambientale è incompatibile con il tempo corto in cui si consuma questa guerra, che si interrompe e riprende senza chiudersi mai davvero.

