Ufficiale militare in uniforme verde parla via radio in una strada affollata di una città somala.

Gli scontri a Mogadiscio riflettono una crisi costituzionale profonda, tra riforma elettorale contestata e tensioni federali. Una fragilità che riapre la competizione strategica nel Corno d'Africa.

Somalia: la crisi costituzionale riapre la partita nel Corno d’Africa

Gli scontri armati registrati a Mogadiscio tra reparti governativi e formazioni riconducibili all’opposizione hanno riportato al centro dell’attenzione una fragilità politica che la Somalia non è mai riuscita a superare del tutto. Al di là dell’episodio militare, il nodo è di natura istituzionale: un braccio di ferro sul quadro costituzionale e sulle regole del voto che oppone l’esecutivo federale a una parte consistente della classe dirigente, comprese alcune amministrazioni degli Stati membri della federazione.

La disputa ruota attorno alla riforma che intende introdurre l’elezione diretta a suffragio universale, superando il tradizionale sistema indiretto basato sulla mediazione clanica e sulla selezione dei delegati. Sul piano dei principi, il passaggio al voto diretto rappresenterebbe un avanzamento verso una democrazia più rappresentativa. Sul piano politico concreto, tuttavia, viene percepito da diversi attori come un tentativo di ridisegnare gli equilibri di potere a vantaggio del centro federale e a scapito delle autonomie regionali, in un Paese la cui architettura statale poggia da sempre su una difficile ripartizione tra Mogadiscio e le entità federate.

Un contesto strutturalmente instabile

La Somalia porta il peso di oltre trent’anni di frammentazione statale seguita al collasso del regime centrale all’inizio degli anni Novanta. La ricostruzione delle istituzioni, sostenuta da una prolungata presenza internazionale e da successive missioni dell’Unione Africana, è avvenuta in modo incrementale e mai lineare. Il potere effettivo resta distribuito tra governo federale, amministrazioni regionali, reti claniche e, in ampie porzioni del territorio meridionale e centrale, la persistente insurrezione jihadista di al-Shabaab.

Giovane donna con hijab bianco e giacca blu regge la bandiera somala durante una celebrazione notturna.
Celebrazione patriottica con bandiera somala a Mogadiscio. — Foto: ibrahim sakhawi — Pexels License, via Pexels

In questo quadro, ogni crisi tra il vertice federale e gli Stati membri non è un semplice incidente politico, ma tocca la sostanza stessa del patto federale. Il rischio non è soltanto quello di una paralisi istituzionale, ma di un indebolimento del fronte statale proprio mentre la minaccia insurrezionale conserva capacità operativa. Una lotta di potere prolungata tra le forze che dovrebbero contrastare al-Shabaab tende meccanicamente ad ampliare i margini di manovra del gruppo.

La dimensione regionale e internazionale

La rilevanza della crisi somala eccede i confini nazionali. Il Corno d’Africa è tornato a essere un teatro di competizione strategica, per la sua posizione lungo le rotte marittime che collegano il Mar Rosso all’Oceano Indiano e per la prossimità a snodi critici come lo stretto di Bab el-Mandeb. La sicurezza della navigazione, già messa sotto pressione dalle tensioni nel Mar Rosso, rende l’instabilità costiera somala un fattore di preoccupazione per gli attori interessati al traffico commerciale globale.

Attorno alla Somalia si sono consolidate negli anni presenze e interessi esterni eterogenei: le monarchie del Golfo, che guardano ai porti e alle basi lungo la costa; la Turchia, che ha investito nella formazione militare e nelle infrastrutture ed è diventata un partner di riferimento per Mogadiscio; e le grandi potenze, attente alla dimensione antiterrorismo e agli equilibri navali. A ciò si aggiunge la questione dei rapporti con l’Etiopia e con l’entità di fatto del Somaliland, dossier che intreccia rivendicazioni territoriali, accesso al mare e riconoscimento politico, e che ha già prodotto attriti diplomatici di ampia portata nella regione.

Implicazioni strategiche

La traiettoria della crisi dipenderà dalla capacità delle parti di riportare il confronto sul terreno negoziale prima che la logica dello scontro armato si consolidi. Un precedente rilevante è offerto dalle tensioni istituzionali degli anni precedenti, quando frizioni analoghe sul calendario e sulle regole elettorali sfociarono in scontri a Mogadiscio, poi rientrati grazie a una mediazione interna e alla pressione dei partner esterni. Quel modello suggerisce che la crisi attuale non è necessariamente irreversibile, ma che ogni ricomposizione richiede compromessi sostanziali sulla distribuzione del potere.

Per gli attori esterni, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la tenuta di uno Stato somalo funzionante è funzionale al contenimento del jihadismo e alla stabilizzazione delle rotte marittime. Dall’altro, la competizione tra potenze regionali per l’influenza a Mogadiscio rischia di alimentare le fratture interne, trasformando la politica somala in un’estensione di rivalità esterne. La sfida, per la Somalia, resta quella di consolidare un’architettura istituzionale condivisa senza che il Paese diventi terreno di regolamento di conti altrui.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006837/somalia-il-presidente-contro-tutti

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