Bandiera berbera blu, rossa e verde con striscia gialla sventola su strutture di legno secco in un paesaggio desertico arido.

Mentre l'ONU resta ancorata al principio dell'autodeterminazione, i governi occidentali si avvicinano al piano di autonomia marocchino. Una svolta diplomatica che riflette il peso crescente di Rabat ma non scioglie il contenzioso di fondo.

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Sahara Occidentale: la diplomazia si sposta, il conflitto resta

La questione del Sahara Occidentale attraversa una fase di ridefinizione politica che non modifica i termini sostanziali del contenzioso, ma ne altera in modo significativo il quadro diplomatico. Mentre le Nazioni Unite mantengono formalmente il proprio ancoraggio al principio dell’autodeterminazione, riaffermato dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dal mandato della missione MINURSO, un numero crescente di governi occidentali ha progressivamente allineato le proprie posizioni al piano di autonomia proposto da Rabat. Si tratta di una divergenza sempre più marcata tra la lettera del diritto internazionale e la prassi delle cancellerie.

Il territorio, ex colonia spagnola, è rivendicato dal Marocco e dal Fronte Polisario, movimento indipendentista sostenuto dall’Algeria, che ne reclama la sovranità in nome del popolo sahrawi. Dal cessate il fuoco del 1991 la controversia è rimasta congelata: il referendum sull’autodeterminazione previsto dagli accordi non si è mai tenuto, ostacolato dal disaccordo sulle liste elettorali e dall’assenza di volontà politica delle parti. Nel 2020 la sospensione della tregua da parte del Polisario ha riportato tensione militare lungo il muro difensivo che divide il territorio, senza tuttavia produrre un conflitto su vasta scala.

Un riallineamento graduale

La svolta diplomatica ha origine nel riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul territorio, maturato nel contesto della normalizzazione dei rapporti tra Rabat e Israele. Da allora diversi attori europei hanno seguito una traiettoria convergente: la Spagna, potenza già amministratrice e interlocutore chiave per ragioni migratorie ed energetiche, ha definito il piano di autonomia come la base più seria e credibile per una soluzione; la Francia ha assunto una posizione analoga, consolidando un orientamento condiviso da altre capitali. Il piano marocchino prevede un’ampia autonomia regionale sotto sovranità del Regno, formula respinta dal Polisario e da Algeri come incompatibile con il diritto all’autodeterminazione.

Torre Hassan e Mausoleo di Mohammed V a Rabat con bandiera marocchina, spiaggia affollata e barche nel porto sottostante.
Monumenti storici di Rabat, Marocco, con folle di visitatori sulla costa. — Foto: Ismail ELQaffas — Pexels License, via Pexels

Questo riposizionamento non riflette una nuova valutazione giuridica, quanto un calcolo di interesse. Il Marocco ha accresciuto il proprio peso strategico come partner in materia di sicurezza, controllo dei flussi migratori, cooperazione economica e stabilità regionale. In un Mediterraneo attraversato da crisi e in un Sahel segnato dal ritiro delle presenze occidentali e dall’espansione di attori concorrenti, Rabat si propone come polo di affidabilità. La sua collocazione geografica, alla cerniera tra Europa, Atlantico e Africa subsahariana, ne fa un interlocutore difficilmente sostituibile.

Le implicazioni strategiche

Il primo effetto di questa dinamica è l’indebolimento della posizione algerina. Algeri, che sostiene il Polisario da decenni e ne fa un pilastro della propria politica regionale, vede eroso il consenso internazionale sulla causa sahrawi. Le tensioni con Rabat, culminate nella rottura delle relazioni diplomatiche e nella chiusura del gasdotto Maghreb-Europa, si inseriscono in una competizione più ampia per l’egemonia nel Maghreb, in cui la questione del Sahara funge da linea di faglia principale.

Il secondo effetto riguarda la credibilità del quadro multilaterale. La distanza tra la posizione formale delle Nazioni Unite e l’orientamento concreto dei principali governi occidentali indebolisce la funzione mediatrice dell’organizzazione e riduce lo spazio negoziale. Un processo che non conduce né al referendum né a un accordo condiviso rischia di consolidare uno stato di fatto: l’accettazione implicita del controllo marocchino senza una legittimazione giuridica piena, con il popolo sahrawi privato di una prospettiva di soluzione politica.

Il terzo elemento attiene alle dinamiche di lungo periodo del Nord Africa. La stabilizzazione a favore di Rabat può offrire un guadagno immediato agli interessi europei in materia di sicurezza ed energia, ma cristallizza un conflitto irrisolto che conserva un potenziale di instabilità. La presenza di popolazioni sahrawi nei campi profughi in territorio algerino, la persistenza di rivendicazioni non soddisfatte e la competizione tra le due potenze regionali costituiscono variabili che nessun riallineamento diplomatico è in grado di cancellare.

In prospettiva, il caso del Sahara Occidentale illustra una tendenza ricorrente nelle relazioni internazionali: la prevalenza degli interessi strategici sui principi normativi quando i secondi risultano di difficile applicazione. Il conflitto non si avvicina a una risoluzione, ma cambia il contesto entro cui viene gestito. La diplomazia si muove; la disputa di fondo, invece, rimane immobile, in attesa di un equilibrio che le parti non hanno finora avuto interesse a costruire.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006553/sahara-occidentale-cambia-la-diploma…

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