A due anni dal voto contestato del 2024, il Venezuela commemora senza mobilitare: la ripresa petrolifera, le rimesse degli emigrati e le licenze estere spiegano perché il regime di Maduro non è crollato come l'opposizione prevedeva.
Venezuela: due anni dopo il voto contestato, l’opposizione senza leva
A Chacao, quartiere benestante dell’est di Caracas dove le proteste hanno storicamente trovato il loro bacino più affidabile, i raduni convocati per l’anniversario del voto presidenziale hanno riempito piazze più raccolte di quanto i promotori sperassero. Sindacati, partiti e movimenti hanno organizzato incontri in diverse città, ma il confronto con il luglio di due anni fa è impietoso: allora la mobilitazione post-elettorale aveva paralizzato interi settori del Paese, oggi il rito commemorativo assomiglia più a un esercizio di sopravvivenza politica che a una minaccia per il governo.
Il quadro di partenza è noto. Le elezioni del luglio 2024 consegnarono al Consiglio nazionale elettorale la proclamazione di Nicolás Maduro per un terzo mandato, mentre la coalizione di opposizione rivendicava la vittoria del proprio candidato esibendo copie dei verbali di seggio raccolti dai propri rappresentanti. I due racconti non si sono mai incontrati. Il governo non ha pubblicato il dettaglio dei risultati per singolo seggio, l’opposizione ha diffuso online il proprio archivio, e la comunità internazionale si è divisa lungo linee prevedibili: riconoscimento pieno da un lato, rifiuto dall’altro, ambiguità calcolata nel mezzo.
Due anni dopo, la vera notizia è ciò che non è accaduto. Nessuna transizione, nessuna trattativa concreta sul potere, nessun logoramento visibile dell’apparato di sicurezza che regge il chavismo. La leadership dell’opposizione ha alternato la clandestinità all’esilio, e la sua capacità di mobilitare la piazza si è consumata contro un dato semplice: la repressione mirata funziona, e il costo individuale della protesta è aumentato al punto da renderla, per molti, irrazionale.

Qui conviene introdurre la cifra che complica la lettura consolatoria secondo cui un regime economicamente disastrato sarebbe necessariamente fragile. Dopo un decennio di contrazione che ha ridotto il prodotto interno lordo di oltre due terzi rispetto ai picchi del 2013, il Venezuela ha registrato negli ultimi due o tre anni una crescita positiva, sostenuta dalla dollarizzazione di fatto dei consumi e da una ripresa della produzione petrolifera che ha superato il milione di barili al giorno. Non è un boom, ed è distribuito in modo grottescamente diseguale, ma è sufficiente a spezzare il meccanismo che gli oppositori davano per scontato: la fame come motore della rivolta. Un’economia che smette di crollare, anche a livelli miserabili, toglie ossigeno alla piazza più di quanto lo tolga la polizia.
C’è poi la variabile che a Caracas nessuno nomina volentieri e che pesa sulle statistiche ufficiali: le rimesse degli emigrati. Con quasi otto milioni di venezuelani partiti, i trasferimenti dall’estero sono diventati un ammortizzatore sociale privatizzato. Ogni bolívar che arriva da Bogotá, Santiago o Madrid è denaro che il governo non deve spendere e che, paradossalmente, stabilizza il sistema che ha prodotto quell’esodo. L’emorragia migratoria, spesso letta come sintomo di collasso, è anche una valvola di sfogo: chi se ne va non protesta, e i suoi risparmi tengono in piedi la famiglia rimasta.
Sul piano esterno, il fattore che più incide non è la retorica dei governi ostili ma la partita del petrolio. Le licenze concesse a compagnie straniere per operare nei giacimenti venezuelani hanno un valore che va oltre il barile: legittimano di fatto interlocutori con cui si firmano contratti pluriennali. Washington ha oscillato tra l’inasprimento delle sanzioni e concessioni selettive, secondo una logica in cui il prezzo del greggio e i flussi migratori verso il confine meridionale contano più delle dichiarazioni di principio sui diritti. È la contraddizione strutturale di ogni sanzione mirata a un esportatore di materie prime: il bene sanzionato conserva un mercato, e il mercato conserva il regime.
Resta l’opposizione, che due anni dopo affronta la domanda più scomoda. Aver documentato una vittoria elettorale che nessuna istituzione ha riconosciuto è, sul piano storico, un patrimonio; sul piano politico immediato, una posizione difficile da monetizzare. La strategia di puntare tutto sul riconoscimento internazionale ha prodotto solidarietà ma non leva, perché la leva richiede o la strada o l’apparato coercitivo, e di entrambi il chavismo mantiene il controllo.
Le commemorazioni di questi giorni servono a segnalare che il conflitto non è chiuso, non che stia per riaprirsi. In assenza di una frattura interna al blocco di potere — l’unica variabile che negli anni ha realmente spaventato Miraflores — la scadenza rischia di trasformarsi in liturgia annuale. Un anniversario si celebra quando l’evento appartiene al passato. Che a Caracas si cominci a celebrarlo è, per l’opposizione, il segnale meno rassicurante.

