Uomo maturo con baffi in primo piano indossa camicia blu, in fotografia d'archivio.

Ismael Zambada, storico capo del cartello di Sinaloa, è stato condannato all'ergastolo a Brooklyn dopo essersi dichiarato colpevole. Ma la sua cattura ha scatenato una guerra interna che in un anno ha lasciato oltre mille morti in Messico.

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Il Mayo si dichiara colpevole e finisce l’era del Sinaloa senza spargimento di sangue

Ismael Zambada García ha ottantuno anni, un diabete che si trascina da tempo e una condanna all’ergastolo emessa da un tribunale federale di Brooklyn. È l’esito prevedibile di una vicenda cominciata a luglio del 2024, quando l’uomo che per quarant’anni aveva evitato ogni fotografia segnaletica è atterrato in Texas su un piccolo aereo, consegnato agli agenti statunitensi senza sparare un colpo.

La differenza rispetto ai suoi predecessori sta tutta lì, in quella modalità di cattura. Joaquín Guzmán, il socio noto come El Chapo, era stato preso, era evaso, era stato ripreso, estradato e processato in un dibattimento durato mesi, con centinaia di testimoni e una copertura mediatica quasi quotidiana. Zambada ha scelto la strada opposta: ad agosto scorso si è dichiarato colpevole, evitando il processo e ottenendo che la procura rinunciasse a chiedere la pena capitale. In cambio ha ammesso di aver guidato per decenni una delle organizzazioni di narcotraffico più radicate del continente e ha accettato la confisca di una somma vicina ai quindici miliardi di dollari, cifra che nessuno è in grado di verificare fino in fondo ma che serve a dare una misura contabile alla resa.

Veduta aerea di Manhattan con grattacieli e l'East River sullo sfondo.
Skyline di New York visto dall'alto, con edifici e fiumi. — Foto: Ken Lund — BY-SA 2.0, via Openverse

Vale la pena ricordare come è arrivato negli Stati Uniti, perché quella dinamica dice più della sentenza. Zambada sostiene di essere stato attirato in un tranello e caricato con la forza sull’aereo che lo ha portato oltre confine. L’uomo che avrebbe organizzato la consegna è Joaquín Guzmán López, uno dei figli di El Chapo, anche lui finito nelle mani degli agenti federali lo stesso giorno. Se questa ricostruzione regge, significa che l’arresto del capo storico del cartello non è stato il frutto di un’operazione di polizia ma di una faida interna, con una fazione che ha barattato l’altra per alleggerire la propria posizione giudiziaria.

Le conseguenze si sono viste subito in Sinaloa. Da quella cattura lo Stato messicano del nord-ovest è entrato in una guerra tra le due ali dell’organizzazione, i fedelissimi di Zambada da un lato e i cosiddetti Chapitos dall’altro. I conteggi delle vittime raccolti dalle autorità locali e dalla stampa messicana parlano di oltre milletrecento morti e di un numero simile di persone scomparse nell’anno trascorso da allora, con Culiacán trasformata in un capoluogo dove le scuole chiudono per giorni e i quartieri cambiano padrone strada per strada. La rimozione di un vertice non ha ridotto la violenza: l’ha moltiplicata, perché ha aperto uno spazio di potere che qualcuno doveva riempire.

Su questo sfondo si inserisce la pressione di Washington. L’amministrazione Trump ha inserito il cartello di Sinaloa e altre organizzazioni messicane nella lista delle formazioni terroristiche straniere, una qualifica che apre a strumenti finanziari e potenzialmente militari diversi da quelli usati finora contro il narcotraffico. Il governo messicano ha nel frattempo trasferito negli Stati Uniti decine di detenuti collegati ai cartelli, in una serie di consegne che ricordano più uno scambio di prigionieri tra Stati in trattativa che una collaborazione di routine. La cattura di Zambada e la sua condanna diventano così tanto un fatto giudiziario quanto una carta nel negoziato più ampio su dazi, migrazione e sicurezza al confine.

Chi si aspetta che una sentenza chiuda un capitolo dovrebbe guardare cosa è successo dopo El Chapo. La condanna del 2019 non ha smontato il cartello: lo ha frammentato, spostando il baricentro sui figli e su Zambada stesso, che era rimasto l’uomo dell’organizzazione, quello che gestiva i rapporti, corrompeva, mediava. Ora che anche lui è fuori gioco, l’organizzazione non scompare, si riorganizza attorno a chi resta e a chi arriva. Il flusso di fentanyl e metanfetamine verso il mercato statunitense, che è la vera fonte di ricchezza degli ultimi anni, non dipende da un singolo nome ma da una rete di produzione e distribuzione che ha già dimostrato di sopravvivere alla decapitazione dei propri vertici.

La procedura scelta da Zambada, il patto in cambio della vita, gli garantirà probabilmente di morire in un carcere federale piuttosto che sotto un’iniezione letale. Per gli inquirenti americani è un successo simbolico più che operativo: hanno l’uomo, ma non la macchina che l’uomo faceva funzionare. Per il Messico resta il conto dei morti nel frattempo, che nessuna udienza a Brooklyn contribuisce a fermare.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/20/mexican-drug-lord-ismael-el-mayo-z…

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