Al-Sisi ha inaugurato l'Octagon, presentato come il più grande complesso di comando militare al mondo, nella Nuova Capitale Amministrativa egiziana. Una scelta che concentra il potere militare e ne conferma il primato sullo Stato, tra crisi economica e tensioni regionali.
L’Egitto inaugura l’Octagon: il comando militare più grande del mondo nel deserto della nuova capitale
Nel deserto a est del Cairo, dove fino a pochi anni fa c’era solo sabbia compattata dai bulldozer, sorge ora una struttura pentagonale a otto lati che l’Egitto presenta come il più esteso complesso di comando militare al mondo. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ne ha inaugurato la nuova sede strategica statale, ribattezzata l’Octagon, all’interno della Nuova Capitale Amministrativa, l’agglomerato che il regime costruisce da un decennio a circa quarantacinque chilometri dalla vecchia metropoli sul Nilo.
La cifra sulla superficie complessiva circola in varie versioni e supera, nelle stime più diffuse, il milione e mezzo di metri quadrati di edificato: numeri che le autorità egiziane non hanno accompagnato con documentazione tecnica verificabile, e che vanno quindi trattati con la cautela d’obbligo per qualsiasi dato militare fornito da una sola parte. Il paragone rivendicato è con il Pentagono statunitense, che l’Octagon dovrebbe superare per estensione. Anche il confronto, per ora, resta una rivendicazione politica più che un fatto misurato.
L’edificio concentra in un unico polo i vertici delle forze armate egiziane, gli stati maggiori e le strutture di coordinamento strategico. Il trasferimento risponde alla logica che governa l’intera Nuova Capitale: spostare fuori dal Cairo affollato i centri del potere, ministeri, presidenza, comando militare, in un’area più facile da controllare e da difendere. La città nuova è il progetto simbolo dell’era al-Sisi, finanziato in larga parte attraverso l’apparato economico dell’esercito, che in Egitto non è soltanto strumento di difesa ma azionista di fatto di intere filiere produttive e immobiliari.

Qui la radice è più antica del regime attuale. Da quando gli ufficiali liberi rovesciarono la monarchia nel 1952, chiudendo la stagione del protettorato britannico durato dalla fine dell’Ottocento, l’esercito ha rappresentato la spina dorsale dello Stato egiziano e il canale privilegiato di ascesa sociale e di accumulazione. L’Octagon è la traduzione architettonica di quella continuità: il potere militare che si costruisce una capitale su misura.
Il complesso arriva in un momento in cui il Cairo si muove su più fronti regionali. A ovest la Libia resta divisa e l’Egitto sostiene le fazioni della Cirenaica; a sud il Sudan è dilaniato dalla guerra tra esercito regolare e Rapid Support Forces, con flussi di profughi che premono sul confine egiziano e con equilibri sul Nilo che Il Cairo osserva con inquietudine. A questo si aggiunge il contenzioso pluriennale con l’Etiopia sulla Grande Diga del Rinascimento, che l’Egitto considera una minaccia esistenziale alla propria quota d’acqua. La collocazione di un comando centralizzato e sovradimensionato va letta anche in questa cornice: un Paese che percepisce minacce su quasi tutti i quadranti.
C’è poi la dimensione del bilancio. L’Egitto è tra i maggiori importatori mondiali di armamenti, con acquisti diversificati tra Stati Uniti, Francia, Russia, Germania e Italia. La spesa per la sicurezza convive con una crisi economica pesante: inflazione elevata, svalutazione ripetuta della sterlina egiziana, dipendenza dai prestiti del Fondo monetario internazionale e dagli aiuti dei partner del Golfo. Investire in un complesso militare monumentale mentre le famiglie affrontano l’aumento dei prezzi di base è una scelta che dice molto sulle priorità del regime, e che i creditori internazionali tendono a non commentare in pubblico.
L’inaugurazione è stata presentata come dimostrazione di forza tecnologica e organizzativa. Le capacità operative reali del centro, i sistemi di comando e controllo, l’integrazione con le reti di difesa aerea e con l’intelligence non sono ovviamente oggetto di comunicazione ufficiale, e ogni valutazione in merito resta congetturale. Ciò che è verificabile è l’esistenza fisica della struttura e la sua funzione di vetrina: l’Egitto vuole apparire come la potenza militare di riferimento del Nord Africa e del mondo arabo, in competizione implicita con la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele.
Fuori dai confini egiziani, la notizia ha avuto un’eco limitata. La stampa specializzata in difesa l’ha registrata, i media generalisti occidentali poco o nulla, assorbiti da altri fronti. Eppure il gesto merita attenzione: un regime che concentra il proprio comando militare in un unico punto del deserto, in una capitale costruita dal nulla, sta dichiarando come intende governare i prossimi decenni. Il primato mondiale rivendicato per l’Octagon resterà da verificare. La direzione che indica, invece, è già leggibile.

