Un'iguana verde poggia su lastre di pietra circondata da due piccioni dal petto bianco e nero con zampe rosse.

A Durán, cintura industriale di Guayaquil, l'estorsione sistematica delle bande ecuadoriane funziona come una fiscalità parallela. Dietro la violenza c'è una razionalità economica che la sola mano dura non intacca.

Ecuador: l’estorsione è diventata l’imposta parallela di Durán

A Durán, città-satellite di Guayaquil separata dalla metropoli dal fiume Guayas, i muri delle case parlano. Una lettera dipinta sulla facciata, una crocetta accanto al portone, un numero che i vicini imparano a decifrare: sono le insegne di un catasto informale che non appartiene al comune. Chi possiede una piccola impresa qui — un negozio di alimentari, un’officina, una panetteria — conosce la sequenza. Prima arriva il messaggio, poi la cifra, infine la data. Il mancato pagamento non è un’astrazione contabile: significa una raffica contro la vetrina, o peggio.

Durán è diventata negli ultimi anni il laboratorio più crudo di un fenomeno che ha trasformato l’Ecuador da rotta di transito a mercato interno del crimine organizzato. Il porto di Guayaquil, snodo della cocaina che risale dalla Colombia e dal Perù verso Europa e Stati Uniti, ha attirato bande locali — Los Choneros, Los Lobos e le loro scissioni — che dopo essersi contese le rotte hanno scoperto una fonte di reddito più stabile del narcotraffico: la popolazione stessa. Il transito della droga dipende da variabili esterne, prezzi, sequestri, alleanze con i cartelli messicani. L’estorsione, invece, è ricorrente, prevedibile, radicata nel territorio. È la differenza tra un investimento speculativo e una rendita.

Colline abitate da case colorate con torri di telecomunicazione sullo sfondo e montagne in lontananza.
Skyline di Guayaquil con torri di telecomunicazione e case colorate sulle colline dell'Ecuador. — Foto: Marx Ramirez — Pexels License, via Pexels

Il dato che complica la lettura più intuitiva è economico. L’Ecuador non è un fallimento macroeconomico: la dollarizzazione adottata nel 2000 ha garantito per oltre vent’anni una stabilità monetaria che manca a molti vicini, e il Paese ha convissuto a lungo con tassi di inflazione tra i più bassi della regione. La violenza esplosa dal 2021 non nasce dal collasso del reddito, ma dalla sua distribuzione e dalla debolezza dello Stato nei territori dove quel reddito circola in contanti. Dove la moneta è forte e l’economia informale enorme, l’estorsione trova un bacino ideale: negozi che incassano dollari veri, non facilmente tracciabili, gestiti da persone che non possono permettersi né di chiudere né di fidarsi della polizia.

Perché il punto è proprio lì. Le bande non riscuotono nonostante lo Stato, ma nello spazio che lo Stato ha lasciato vuoto. A Durán i servizi pubblici sono cronicamente carenti, la presenza di forze dell’ordine intermittente, la fiducia nelle istituzioni erosa da anni di corruzione documentata. In questo vuoto le organizzazioni criminali offrono ciò che ogni potere offre: un ordine. Regolano le dispute, fissano le tariffe, puniscono chi non paga. È una fiscalità sostitutiva, con la sua burocrazia informale e le sue sanzioni. Chiamarla anarchia sarebbe fuorviante: è governo, solo predatorio.

Il presidente Daniel Noboa, arrivato al potere nel 2023 e riconfermato, ha risposto con la logica della mano dura. La dichiarazione dello stato di “conflitto armato interno” ha classificato le principali bande come gruppi terroristici, autorizzando l’esercito a operazioni che in tempi normali sarebbero riservate alla guerra. I risultati sono ambivalenti. Gli omicidi, dopo il picco che ha reso l’Ecuador uno dei Paesi più violenti dell’emisfero, hanno oscillato senza una tendenza chiara. La militarizzazione ha spostato la violenza più che ridurla, e non ha toccato il meccanismo estorsivo, che prospera proprio nella zona grigia dove i soldati non arrivano: il rapporto quotidiano tra un commerciante e chi controlla il suo isolato.

La cooperazione internazionale ha seguito i binari consueti. Washington ha offerto assistenza in materia di sicurezza, addestramento e condivisione di intelligence, inquadrando l’Ecuador nella strategia antidroga regionale. Ma la domanda che la retorica securitaria tende a eludere è se una guerra alle bande possa affrontare un problema che è, prima di tutto, di governance economica e territoriale. Finché lo Stato non sarà in grado di garantire a un panettiere di Durán la protezione elementare che oggi compra dai suoi estorsori, l’imposta parallela continuerà a essere riscossa con maggiore efficienza di quella ufficiale.

Resta la questione più scomoda per chiunque governi. Un’organizzazione criminale che tassa la popolazione ha interesse a che quella popolazione sopravviva e produca: uccidere troppo è controproducente, come sa qualsiasi esattore. La violenza spettacolare — le rivolte carcerarie, i corpi esposti — serve a stabilire chi comanda, non a distruggere la base fiscale. È una razionalità cinica ma coerente, e va compresa per essere combattuta. Le lettere sui muri di Durán non sono il segno del caos. Sono il segno di un potere che sa esattamente cosa fa.

Fonte originale: insightcrime.org/audio/insight-crime-podcast/a-marked-house-extorti…

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