Sistema missilistico costiero puntato verso il mare con una nave cargo all'orizzonte.

Il ministro del Commercio sudafricano ammette il declino dell'industria della difesa nazionale, ma la ricetta proposta — più spesa militare ed export — ignora la vera origine del problema: un apparato nato sotto l'apartheid che non ha mai trovato una funzione nella repubblica post-segregazione.

Sudafrica: l’industria della difesa cerca di sopravvivere a se stessa

A Pretoria, questa settimana, si è tenuto il consueto raduno annuale che riunisce ministeri, generali e dirigenti delle aziende belliche sudafricane. Il ministro del Commercio e dell’Industria ha ammesso quello che i bilanci ripetono da anni: il comparto della difesa nazionale è in declino. Fatturato in contrazione, commesse estere che si assottigliano, competenze tecniche che invecchiano senza ricambio. La diagnosi è corretta. È sulla cura che le distanze si allargano.

Vale la pena ricordare da dove viene questo apparato. L’industria militare sudafricana nasce sotto l’apartheid, quando l’embargo delle Nazioni Unite del 1977 costrinse il regime bianco a costruirsi in casa ciò che non poteva più importare. Denel, il grande gruppo pubblico, e la costellazione di fornitori privati che gli ruotano attorno sono i figli di quell’isolamento: obici, veicoli blindati, sistemi missilistici progettati per un Paese che si sentiva assediato. Finita la segregazione, quella base produttiva è rimasta, orfana del suo scopo originario e in cerca di clienti sul mercato globale.

Per un certo periodo i clienti si erano trovati. I blindati sudafricani, testati nelle guerre di confine dell’Angola e della Namibia, avevano una reputazione robusta e prezzi competitivi. Denel esportava verso il Golfo, verso l’Asia, verso altri Paesi africani. Poi è arrivato il declino gestionale: anni di difficoltà finanziarie, stipendi pagati in ritardo, fughe di ingegneri verso l’estero, commesse mancate perché l’azienda non riusciva più a garantire le consegne. Le cifre esatte sul fatturato attuale del settore variano a seconda delle fonti e non sono verificabili in modo indipendente; quel che è certo è la direzione, ed è quella discendente.

Caccia a reazione con fusoliera grigia e dettagli rossi parcheggiato su una pista in cemento sotto sole pieno.
Aereo militare in sosta sulla pista di una base aerea. — Foto: Eliézer Fernandes — Pexels License, via Pexels

La ricetta proposta a Pretoria è la più prevedibile: aumentare la spesa militare interna per rilanciare la domanda, proteggere le aziende nazionali, spingere sull’export come motore industriale. È la logica per cui uno Stato che compra più armi da sé stesso finisce per giustificare la fabbrica che le produce. Il ragionamento ha una sua coerenza contabile, ma scambia il sintomo per la causa. Il problema non è la mancanza di ordini: è che un’industria costruita per sostenere un regime assediato non ha mai trovato una funzione chiara in una repubblica che non è assediata da nessuno.

Il Sudafrica di oggi affronta minacce che le artiglierie non risolvono. La disoccupazione giovanile viaggia oltre il quaranta per cento secondo le stime ufficiali. La rete elettrica arranca da anni tra blackout programmati. La spesa pubblica è sotto pressione e ogni rand destinato a un carro armato è un rand sottratto altrove. In questo quadro, l’idea di rilanciare la difesa comprando di più suona meno come una strategia industriale e più come un salvataggio mascherato di un settore che non riesce a stare in piedi da solo.

C’è poi la questione dell’export, che porta con sé le sue ambiguità. Vendere armi significa scegliere a chi venderle, e il Sudafrica si è trovato più volte impigliato in polemiche su forniture a Paesi in guerra o su transazioni poco trasparenti. Un comparto in cerca disperata di clienti tende ad abbassare la soglia delle domande scomode. È il paradosso di ogni industria bellica che perde mercato: per sopravvivere deve vendere di più, e per vendere di più deve guardare meno da vicino chi ha davanti.

Sullo sfondo resta la domanda che nessun raduno di settore affronta volentieri: a cosa serve, oggi, un grande apparato militare-industriale in un Paese che non ha nemici alle frontiere e ne ha molti dentro i propri confini, sotto forma di povertà, criminalità e infrastrutture al collasso. La retorica della sovranità industriale e dell’autonomia strategica riempie i discorsi, ma il conto lo pagano i contribuenti di uno Stato che fatica a tenere le luci accese.

Fuori dal Sudafrica, di tutto questo non si parla quasi. Le difficoltà di Denel interessano gli analisti del settore, qualche giornale specializzato, i concorrenti che ne osservano la caduta con interesse commerciale. Per il resto, il destino dell’industria bellica di uno dei Paesi più importanti del continente scorre sotto traccia, materia da conferenze tecniche più che da titoli. Eppure è una vicenda che dice molto su come si smaltisce l’eredità di un regime: non si smantella, si riconverte, e quando la riconversione fallisce si continua a finanziarla sperando che il mercato le trovi uno scopo.

Fonte originale: defenceweb.co.za/industry/industry-industry/tau-is-right-about-the-…

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