Condannato negli Stati Uniti a 45 anni per narcotraffico, l'ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández torna al centro del dibattito politico in patria tra ipotesi di grazia. Un caso che rivela come i cartelli trattino lo Stato da partner economico.
Honduras: la grazia a Hernández riscrive le regole del narcotraffico
A Tegucigalpa, davanti al carcere di massima sicurezza La Tolva, i fotografi hanno atteso per mesi immagini che non arriveranno più. Juan Orlando Hernández, presidente dell’Honduras tra il 2014 e il 2022, non varcherà quei cancelli. Il suo indirizzo giudiziario resta un penitenziario federale statunitense, dove una corte di New York lo ha condannato a quarantacinque anni per aver trasformato lo Stato che guidava in un corridoio logistico della cocaina. Ma la geografia della sua vicenda si è complicata: mentre negli Stati Uniti la sentenza tiene, in patria la classe politica ha ricominciato a discutere di lui in termini che fino a poco tempo fa sarebbero stati impronunciabili. Riabilitazione, amnistia, grazia. Parole che segnalano meno un cambiamento nei fatti che un cambiamento nei rapporti di forza.
Conviene ricordare l’accusa nella sua nudità. I procuratori americani non hanno descritto un presidente distratto che chiudeva un occhio, ma un amministratore attivo del traffico: protezione garantita ai carichi in cambio di finanziamenti alle campagne elettorali, forze di sicurezza usate come scorta armata della merce, un fratello — Tony Hernández, già condannato all’ergastolo negli Stati Uniti — a fare da nodo operativo. La formula processuale che a Washington è diventata popolare, quella dello Stato catturato dal narcotraffico, ha trovato in Honduras il caso di scuola.

Qui entra il dato che scompiglia la lettura morale della vicenda. Durante gli anni di Hernández, gli omicidi in Honduras sono effettivamente calati: da un tasso che superava gli ottanta omicidi ogni centomila abitanti nei primi anni Dieci a poco più di trenta alla fine del suo mandato. Il paese, che era stato per un periodo il più violento al mondo tra quelli non in guerra, aveva registrato uno dei cali più rapidi della regione. La spiegazione ovvia sarebbe una politica di sicurezza efficace. Quella meno rassicurante, e più coerente con l’atto d’accusa, è che un mercato illegale ben amministrato produce meno cadaveri: quando lo Stato coordina invece di contendere, i cartelli non hanno bisogno di spararsi per il controllo delle rotte. La pace relativa come sottoprodotto dell’ordine criminale è una possibilità che i grafici sulla sicurezza raramente contemplano.
Il ragionamento vale la pena di essere preso sul serio perché descrive il modo in cui le organizzazioni del traffico operano quando trovano un interlocutore istituzionale. Non sono forze del caos: sono imprese che detestano l’imprevedibilità, perché ogni sparatoria attira attenzione e alza i costi. Un presidente disposto a garantire prevedibilità — quali porti restano aperti, quali funzionari vanno pagati, quali unità dell’esercito non intervengono — offre esattamente ciò che un’economia illegale cerca. In questa cornice la condanna di Hernández non è solo la punizione di un individuo corrotto, ma la fotografia di un modello di governo che ha funzionato, per un decennio, come infrastruttura di un settore da miliardi di dollari.
La discussione honduregna sulla clemenza va letta contro questo sfondo. Formalmente, una grazia interna non toccherebbe la detenzione negli Stati Uniti: Hernández è stato estradato e giudicato lì, e nessun decreto firmato a Tegucigalpa può aprire una cella nel New Jersey. La posta in gioco è simbolica e, soprattutto, futura. Riabilitare la figura significa riaprire lo spazio politico per la sua rete, per il partito che ha guidato, per gli interessi economici che a quella struttura erano collegati. Ogni sistema costruito attorno a un uomo forte sopravvive alla sua caduta se qualcuno ha convenienza a farlo sopravvivere.
C’è poi la dimensione internazionale, meno visibile ma decisiva. Washington ha investito capitale politico nel caso Hernández, presentandolo come prova che l’estradizione e i tribunali americani possono raggiungere anche capi di Stato in carica. Un ritorno in auge del condannato in patria, per quanto puramente onorifico, indebolirebbe quel messaggio. Per i governi latinoamericani tentati dall’accordo tacito con le economie illegali, la lezione oscilla tra due poli: la caduta di Hernández come deterrente, o la sua parziale riabilitazione come promemoria che le sentenze straniere pesano meno delle alleanze locali.
L’Honduras resta uno dei paesi più poveri dell’emisfero, con un’economia formale troppo piccola per assorbire la manodopera e un’emigrazione verso nord che funziona da valvola di sfogo e da rimessa. In questo tessuto, le rendite del transito di cocaina non sono un’anomalia da estirpare ma una componente strutturale del reddito nazionale. Finché sarà così, ogni presidente si troverà davanti allo stesso calcolo che ha condannato il suo predecessore. La vera domanda non è se Hernández tornerà libero, ma quanti, guardando la sua storia, concluderanno che il rischio valeva comunque la candela.

