Quattro persone sedute in un salotto elegante con ritratti storici appesi alle pareti e un caminetto sullo sfondo.

Netanyahu a Washington mentre proseguono le operazioni in Cisgiordania e si avvicina il voto americano: una visita che serve ai calendari politici di entrambi i governi, ma la cui sostanza si misurerà nei fatti dei giorni successivi.

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Washington-Gerusalemme: la visita che serve a entrambi i calendari

Un premier israeliano che atterra a Washington non è una notizia, è un appuntamento fisso. Cambiano gli interlocutori, resta la coreografia: le foto sui gradini, la stretta di mano davanti alle bandiere, il comunicato congiunto che ribadisce l’ovvio. Benjamin Netanyahu conosce la sceneggiatura meglio di chiunque altro, essendone stato protagonista sotto quattro presidenti americani diversi. Ogni volta la sostanza si misura non in ciò che viene detto davanti alle telecamere, ma in ciò che viene concesso lontano da esse.

La visita arriva dentro una cornice precisa. In Cisgiordania le operazioni militari israeliane non si sono fermate: incursioni nei campi profughi del nord, arresti, demolizioni, un numero di vittime palestinesi che si accumula con la regolarità di una contabilità ordinaria. A Jenin e Tulkarem la presenza dell’esercito è tornata a essere semi-permanente, con blindati che entrano e escono da zone che gli accordi degli anni Novanta assegnavano formalmente all’Autorità Palestinese. Il quadro è quello di un controllo che si estende senza dichiararsi tale.

Sull’altro fronte, il calendario elettorale. Il voto americano si avvicina e Netanyahu lo sa: una parte non piccola della sua politica estera è, da sempre, politica interna americana. Presentarsi a Washington in questa fase significa inserirsi in una campagna che lo riguarda solo di riflesso ma da cui dipende molto. Un’amministrazione uscente ha bisogno di mostrare di tenere in mano il dossier mediorientale; un premier con una maggioranza fragile ha bisogno di tornare a casa con qualcosa da esibire. I due bisogni non coincidono, ma per qualche giorno possono fingere di farlo.

Quattro uomini in abiti scuri conversano in una sala ufficiale con bandiere americane e israeliane alle spalle.
Incontro diplomatico tra funzionari americani e israeliani in una sala ufficiale. — Foto: U.S. Embassy Jerusalem — BY 2.0, via Openverse

Il negoziato per Gaza resta il convitato di pietra. Le trattative su un cessate il fuoco e sul rilascio degli ostaggi vanno avanti da mesi, con mediatori del Qatar e dell’Egitto che riportano avanzamenti puntualmente smentiti dai giorni successivi. Ogni bozza si arena sullo stesso punto: Israele vuole poter riprendere le operazioni dopo una tregua, Hamas vuole garanzie che la tregua sia definitiva. È una divergenza strutturale, non un dettaglio tecnico, e nessuna visita ufficiale l’ha finora risolta. I camion di aiuti che entrano nella Striscia restano molto al di sotto delle centinaia giornaliere che le agenzie umanitarie indicano come necessarie; il valico di Rafah funziona a intermittenza; la contabilità dei morti a Gaza ha superato da tempo qualsiasi cifra che all’inizio del conflitto sarebbe stata considerata un limite.

Sul dossier iraniano il linguaggio è più coordinato. Qui interessi americani e israeliani convergono più facilmente, almeno nella retorica: contenimento del programma nucleare, pressione sulle milizie regionali, deterrenza. Ma anche qui la traduzione operativa cambia. Israele preme per una postura più aggressiva; Washington calibra ogni mossa sul rischio di un allargamento che non conviene a un’amministrazione a fine mandato. Dopo gli scambi diretti di attacchi tra i due Paesi nell’ultimo anno — una soglia che era stata a lungo considerata invalicabile e che ora fa parte del repertorio — la parola d’ordine americana è evitare la successiva escalation, non provocarla.

Il Libano è l’altro fronte aperto. Gli scambi di fuoco lungo il confine con Hezbollah hanno svuotato interi villaggi da entrambi i lati, spostando decine di migliaia di persone. La possibilità di un’operazione di terra israeliana nel sud del Libano viene evocata e ritirata con una cadenza che rende difficile distinguere la minaccia dalla preparazione. Anche su questo Washington chiede prudenza, e anche su questo la prudenza è merce negoziabile.

Cosa resta, dunque, quando la visita finisce? Probabilmente un comunicato che riafferma il legame strategico, forse un nuovo pacchetto di forniture militari già in cantiere presentato come novità, l’impegno generico a lavorare per una tregua. Le dichiarazioni si consumano in fretta; i fatti fisici restano. E i fatti fisici, in questo momento, dicono che le operazioni in Cisgiordania continuano, che gli aiuti a Gaza entrano col contagocce, che nessuna delle parti ha interesse immediato a chiudere.

La domanda utile non è quale sia l’ordine del giorno dell’incontro — quello è sempre lo stesso da mesi — ma cosa cambierà nei giorni successivi al ritorno. Se il numero dei camion salirà, se le incursioni si diraderanno, se un elenco di prigionieri verrà davvero scambiato. Finché questi indicatori non si muovono, la visita resta ciò che è stata la maggior parte delle precedenti: un passaggio necessario alla politica di due Paesi, e ininfluente sulla vita di chi sta sotto i bombardamenti.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/28/netanyahu-in-the-white-house-whats…

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