La pressione iraniana sui Paesi del Golfo, pensata per ridurre l'influenza americana, sta producendo l'effetto opposto: consolida la dipendenza delle monarchie da Washington e favorisce un coordinamento securitario contro Teheran.
Iran e Golfo: la coercizione che rafforza la presenza americana
La strategia regionale dell’Iran attraversa una fase di apparente paradosso. Da decenni Teheran persegue un obiettivo costante: ridurre la presenza militare e l’influenza politica degli Stati Uniti in Medio Oriente. Eppure gli strumenti scelti per raggiungere quel fine sembrano produrre l’effetto opposto, consolidando proprio quella dipendenza dei Paesi del Golfo da Washington che la Repubblica Islamica vorrebbe erodere.
Il meccanismo è tanto lineare quanto ricorrente nella storia delle relazioni internazionali. Ogni volta che Teheran esercita pressione sulle monarchie del Golfo — considerate facilitatrici delle operazioni americane nella regione — l’intento dichiarato è dimostrare che ospitare basi statunitensi comporta più rischi che vantaggi. Il messaggio implicito è che un accomodamento con l’Iran sarebbe l’opzione più sicura. Ma la percezione dei destinatari va nella direzione contraria.
La logica difensiva vista dall’altra sponda
Alla base della postura iraniana vi è una dottrina di sicurezza fondata sulla difesa in profondità: proiettare influenza oltre i propri confini per allontanare le minacce. Ciò che Teheran interpreta come misura difensiva, tuttavia, gli Stati arabi della penisola leggono come ambizione egemonica. La conseguenza strutturale è nota: di fronte a una minaccia percepita come crescente, gli Stati tendono a rafforzare le alleanze esistenti, non ad abbandonarle.
Gli esempi recenti confermano il modello. Gli Emirati Arabi Uniti hanno aderito agli Accordi di Abramo in un contesto di preoccupazione verso l’influenza iraniana e hanno cercato coordinamento con Israele durante le fasi di tensione dell’ultimo anno. Il Qatar, pur trovandosi esposto a rischi militari nel corso del recente ciclo di escalation regionale, non ha preso le distanze da Washington né si è avvicinato a Teheran: ha invece richiesto garanzie di sicurezza più solide. In entrambi i casi, la pressione iraniana ha prodotto un riavvicinamento agli Stati Uniti, non una diversificazione a favore dell’Iran.
L’assenza di alternative strategiche
Un secondo obiettivo di Teheran è mostrare che l’ombrello di sicurezza americano è penetrabile, e quindi inaffidabile. Anche attacchi mirati e relativamente efficaci, però, si scontrano con un dato di fondo: i Paesi del Golfo dispongono di alternative limitate. La Cina, con cui alcuni di essi hanno ampliato la cooperazione economica, non possiede oggi né la capacità né l’intenzione di fornire garanzie di sicurezza paragonabili a quelle statunitensi. E nessuno Stato cerca protezione presso una potenza che percepisce come fonte della minaccia.

Il risultato è che la coercizione iraniana, lungi dal marginalizzare Washington, ne accresce la rilevanza. Nessun altro attore esterno può eguagliare l’infrastruttura militare, le capacità di intelligence e la proiezione di forza degli Stati Uniti nell’area. Paradossalmente, più Teheran cerca di rendere costosa la presenza americana, più ne rafforza la logica.
Un riorientamento americano da leggere con attenzione
La situazione è resa più delicata dall’evoluzione della strategia di sicurezza nazionale statunitense. Le priorità di lungo periodo di Washington si spostano gradualmente verso teatri di competizione strategica sostenuta, mentre in Medio Oriente l’orientamento prevalente è ridurre l’onere diretto e affidare agli attori regionali maggiore responsabilità nella costruzione di un ordine stabile.
In questo scenario, l’Iran avrebbe uno spazio per inserirsi come parte di un ordine regionale emergente. Scegliendo invece di puntare a un assetto centrato sulla propria primazia, aumenta la probabilità di un coinvolgimento americano prolungato o del sostegno statunitense a una coalizione regionale costruita per bilanciarlo. È un esito che contraddice l’obiettivo dichiarato di Teheran.
L’effetto sulla causa palestinese
La medesima dinamica ha indebolito un altro obiettivo iraniano di lungo corso: l’idea che l’opposizione a Israele potesse fungere da collante politico regionale. È proprio l’espansione dell’influenza iraniana ad aver ostacolato una convergenza araba più ampia attorno alla questione palestinese, che resta essenzialmente un dossier arabo. Finché le monarchie del Golfo considereranno l’Iran una fonte di instabilità, difficilmente subordineranno le proprie preoccupazioni di sicurezza a una solidarietà araba più larga. Una strategia concepita per rafforzare la resistenza a Israele ha così finito per incentivare un coordinamento securitario contro Teheran.
Rendimenti decrescenti della dimostrazione di forza
Sul piano strettamente strategico, l’Iran non ha più bisogno di dimostrare la propria influenza. Ha già mostrato di poter sopravvivere a una pressione combinata statunitense e israeliana e di proiettare potere attraverso una rete di attori non statali. La sua capacità di incidere sulla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz è nota, e non richiede l’esercizio dell’egemonia per risultare credibile come deterrente. La ripetizione di segnali coercitivi produce dunque rendimenti decrescenti: una potenza continuamente esibita insegna agli altri non la sottomissione, ma la preparazione.
La variabile pakistana
Un elemento spesso sottovalutato riguarda il ruolo crescente del Pakistan nella sicurezza del Golfo. Islamabad ha siglato un accordo di difesa reciproca con l’Arabia Saudita e sta esplorando legami più stretti con altri Stati dell’area. Il Pakistan cerca rapporti costruttivi con Teheran, ma intende al tempo stesso approfondire le partnership strategiche con le monarchie del Golfo.
Un’intensificazione della pressione iraniana rischierebbe di collocare Islamabad in una posizione scomoda, spingendola verso un’architettura regionale pensata per rassicurare i partner del Golfo e, nel tempo, di orientare l’opinione pubblica pakistana in senso ostile all’Iran. Sarebbe un esito controproducente per entrambi i Paesi. Teheran farebbe bene a non presumere che gli impegni di difesa pakistani siano privi di fondamento concreto, né a creare le condizioni per doverli mettere alla prova.
Un’alternativa fondata sull’integrazione
Un approccio più flessibile non richiederebbe all’Iran di rinunciare ai propri interessi nazionali o di indebolire la postura difensiva. Richiederebbe soltanto di riconoscere che l’integrazione nelle infrastrutture economiche e securitarie regionali servirebbe meglio i suoi interessi di lungo periodo. Le monarchie del Golfo considerano ormai la diversificazione economica, la connettività e la stabilità politica priorità centrali. L’Iran, provato da anni di sanzioni e da un conflitto costoso, condivide l’esigenza di stabilità economica.
Questi interessi convergenti offrono una base più solida per un ordine regionale di quanto possa mai fare la coercizione. Se Teheran aspira realmente a un Medio Oriente meno dipendente dalle potenze esterne e più capace di gestire i propri equilibri, l’attuale apertura diplomatica rappresenta un’occasione per costruire una strategia fondata sulla rassicurazione e sull’integrazione, anziché sulla leva coercitiva. Superare la lente ideologica in favore di un maggiore pragmatismo, e sostituire l’intimidazione con un modello di prosperità condivisa, sarebbe nell’interesse strategico dello stesso Iran prima ancora che della stabilità del Golfo.

