Nuove incursioni israeliane in Cisgiordania con decine di fermi. La ripetitività, più dei singoli episodi, definisce un assetto di controllo che non produce soluzioni ma le rende superflue.
Cisgiordania: le retate che non fanno notizia continuano
Mentre l’attenzione resta puntata sulla Striscia, l’attività militare israeliana in Cisgiordania procede con una regolarità che ne ha eroso il valore di notizia. Le ultime incursioni hanno interessato diverse località del nord della regione, con decine di persone fermate nel corso di operazioni notturne. Nessun elemento, preso singolarmente, si distingue dalle settimane precedenti: perquisizioni casa per casa, veicoli blindati che bloccano gli ingressi ai campi profughi, arresti che si aggiungono a un totale già molto elevato.
È proprio la ripetitività il dato più significativo. Dall’ottobre 2023 l’esercito israeliano ha condotto operazioni pressoché quotidiane nei governatorati settentrionali, con Jenin, Tulkarem e Nablus come epicentri. Il numero complessivo dei palestinesi detenuti amministrativamente in Cisgiordania — cioè trattenuti senza accusa formale né processo, sulla base di ordini rinnovabili — ha raggiunto secondo le organizzazioni per i diritti umani livelli che non si registravano da decenni. La detenzione amministrativa non richiede l’esibizione di prove al detenuto o al suo avvocato: è questo strumento, più delle singole retate, a definire l’architettura del controllo.

I numeri che si accumulano
Nei campi profughi di Jenin e Tulkarem l’operazione militare avviata all’inizio del 2025 ha prodotto uno sfollamento interno di migliaia di famiglie, molte delle quali non hanno potuto rientrare nelle abitazioni. La demolizione di edifici e la distruzione di infrastrutture — strade, reti idriche, condutture — hanno reso alcune aree dei campi materialmente inabitabili. Non si tratta di danni collaterali di singoli scontri, ma di un mutamento della geografia dei campi: corridoi allargati per il passaggio dei mezzi, quartieri resi accessibili al controllo, popolazione ricollocata altrove.
Parallelamente si muove una seconda dinamica, meno organizzata ma non meno documentata: le aggressioni dei coloni. Nelle zone rurali intorno agli insediamenti gli episodi di violenza contro contadini e pastori palestinesi si sono moltiplicati, spesso in coincidenza con la raccolta delle olive, quando l’accesso ai terreni diventa il punto di frizione stagionale. La combinazione tra pressione militare e pressione dei coloni agisce sullo stesso obiettivo — la contrazione dello spazio palestinese — pur muovendosi su binari giuridici diversi: l’una coperta dall’ordinamento militare, l’altra tollerata nella misura in cui i procedimenti giudiziari contro i responsabili restano rari e raramente giungono a condanna.
Un assetto che si consolida
La Cisgiordania è formalmente amministrata dall’Autorità Palestinese, la cui capacità operativa è però confinata a una frazione del territorio e la cui legittimità interna si è ulteriormente logorata. Le forze di sicurezza di Ramallah, teoricamente incaricate del coordinamento con Israele, hanno visto ridursi ancora il margine d’azione: nei fatti l’ingresso dell’esercito israeliano nelle aree sotto controllo civile palestinese avviene senza preavviso e senza ostacoli. Questo squilibrio non è una novità del mese in corso, ma la sua persistenza produce un effetto cumulativo: ogni operazione che non incontra resistenza istituzionale ne rende più facile un’altra.
La retorica delle parti si è assestata su formule prevedibili. Da parte israeliana le incursioni vengono presentate come operazioni antiterrorismo mirate contro cellule armate; da parte palestinese come punizione collettiva di una popolazione civile. Entrambe le descrizioni contengono elementi verificabili — nei campi operano effettivamente gruppi armati, e la maggioranza dei fermati non risulta poi accusata di alcunché — ed entrambe servono soprattutto a mantenere ciascun pubblico dentro la propria narrazione. Ciò che le dichiarazioni non spiegano è perché il quadro, dopo migliaia di arresti, resti sostanzialmente immutato nella sua logica.
La domanda che resta aperta riguarda la funzione di questa attività continua. Non produce una pacificazione, come dimostra la sua stessa ripetizione; non elimina i gruppi armati, che si ricompongono; non modifica l’assetto istituzionale, già bloccato. Serve però a mantenere il territorio in uno stato di sospensione permanente, in cui nessuna delle strutture palestinesi — né l’Autorità né le formazioni armate — acquisisce peso sufficiente a imporre un negoziato. È un assetto che non richiede una soluzione perché la sua stabilità coincide con l’assenza di soluzione. E il costo di questa stabilità, misurabile in famiglie sfollate, terreni non raccolti e detenuti senza processo, ricade interamente su un lato della bilancia.

