Sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme l'equilibrio del 1967 si consuma non per decreto ma per abitudine: più visitatori ebrei, più preghiere tollerate, meno ore per i fedeli musulmani. Un cambiamento lento che continua a chiamarsi status quo.
Gerusalemme: sulla Spianata il calendario detta la sicurezza
Ci sono giorni dell’anno in cui la geografia della Città Vecchia di Gerusalemme si riorganizza intorno a un recinto di trentacinque ettari. La Spianata delle Moschee — al-Haram al-Sharif per i musulmani, Monte del Tempio per gli ebrei — torna a essere il punto in cui una regola informale vecchia di decenni viene messa alla prova, e ogni volta ne esce un po’ più consumata.
Il funzionamento nominale è noto. Dal 1967, quando Israele conquistò Gerusalemme Est, la gestione del sito resta al Waqf, l’ente religioso islamico amministrato in coordinamento con la Giordania. Israele controlla gli accessi e la sicurezza. La formula tramandata è lasca ma precisa nei fatti: i non musulmani possono visitare, gli ebrei non possono pregarvi. Un compromesso che ha retto perché nessuno lo scriveva del tutto, e che negli ultimi anni ha smesso di reggere proprio perché lo si sta scrivendo di fatto, gesto dopo gesto.
Le ricorrenze del calendario ebraico — Tisha B’Av, che ricorda la distruzione dei due templi, o le festività autunnali — portano sulla Spianata numeri di visitatori ebrei che crescono di anno in anno. Nelle giornate più cariche si contano diverse migliaia di ingressi, scortati dalla polizia israeliana, in fasce orarie riservate durante le quali l’accesso ai fedeli musulmani viene limitato o sospeso. Non è una novità in sé: è la scala, e la regolarità, a essere cambiate. Ciò che dieci anni fa era episodio isolato oggi è procedura prevedibile.

Il dettaglio che pesa più delle folle è un altro, e passa spesso sotto silenzio nei comunicati. Un numero crescente di visitatori ebrei prega apertamente all’interno del complesso — prostrazioni, recitazioni collettive — senza che la polizia intervenga come faceva un tempo. Sulla carta la preghiera ebraica resta vietata sul sito. Nella pratica la tolleranza verso quella preghiera è aumentata, e con essa si erode il fondamento stesso del compromesso: non un editto, non una legge nuova, ma una serie di eccezioni che diventano abitudine. È la modalità con cui i confini si spostano quando spostarli per decreto costerebbe troppo.
La reazione della Giordania segue anch’essa un copione ormai fisso: nota di protesta, convocazione, richiamo agli accordi. Amman è custode ufficiale dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme, ruolo che il trattato di pace del 1994 con Israele le riconosce e che il regno hashemita considera parte della propria legittimità interna. Ogni allargamento della presenza ebraica sulla Spianata mette il governo giordano nella posizione di dover reagire per non perdere credito davanti alla propria opinione pubblica, senza avere strumenti per cambiare i fatti sul terreno. La protesta è dovuta; l’efficacia è un’altra cosa.
Sul versante palestinese la Spianata funziona da moltiplicatore. È il luogo che, più di ogni linea di cessate il fuoco o di ogni pacchetto di aiuti, mobilita in modo trasversale — a Gaza come in Cisgiordania, nella diaspora come tra i cittadini arabi di Israele. Hamas ha costruito parte della propria narrazione sulla difesa di al-Aqsa; l’offensiva dell’ottobre 2023 fu battezzata con il nome del sito. Chi governa a Gerusalemme lo sa, e chi la contesta anche: il valore simbolico del recinto è tale che ogni immagine che ne esce vale, sui rispettivi fronti interni, più di qualsiasi trattativa.
Dentro il governo israeliano la spinta non è marginale. Ministri della destra religiosa hanno più volte visitato la Spianata rivendicando il diritto degli ebrei a pregarvi, e alcuni hanno esplicitamente auspicato un cambio dello status quo. Il primo ministro ha ripetuto che le regole non cambiano; i fatti quotidiani raccontano un adattamento più elastico di quanto le dichiarazioni ammettano. È lo scarto consueto tra ciò che si afferma per calmare l’esterno e ciò che si concede all’interno.
Vale la pena ricordare cosa questo luogo abbia già innescato. La visita di Ariel Sharon sulla Spianata nel settembre 2000 è comunemente indicata come la scintilla della Seconda Intifada, cinque anni di violenza con migliaia di morti da entrambe le parti. Non fu quella visita a creare le condizioni — c’erano già — ma bastò a incendiarle. Da allora il sito è trattato da chiunque abbia responsabilità di sicurezza come una variabile da manovrare con cautela estrema, il che non ha impedito che la cautela si assottigliasse di stagione in stagione.
Quel che si osserva oggi, dunque, non è una rottura improvvisa. È lo spostamento lento di una linea che nessuno dichiara di voler spostare, misurabile nei numeri degli ingressi, negli orari sottratti ai fedeli musulmani, nelle preghiere non più fermate. Un equilibrio che continua a chiamarsi status quo mentre cambia sotto quel nome, e che regge finché regge — cioè finché una delle parti non decide che il prezzo di romperlo è tornato più basso di quello di rispettarlo.

