Il presidente eletto colombiano Abelardo de la Espriella sceglie una base militare nel sud del Paese per l'insediamento, rompendo con la tradizione della capitale. Un gesto che intreccia agenda securitaria e decentramento in una regione dominata dalle economie della coca.
Colombia: l’insediamento militare di De la Espriella al confine sud
Il Caquetá comincia dove finisce l’asfalto affidabile. La base militare che il presidente eletto ha scelto per la cerimonia di insediamento sorge in un dipartimento del sud che da decenni compare nelle statistiche di sicurezza nazionale con la costanza di un allarme. È qui, tra piste sterrate e caserme affacciate sulla selva, che Abelardo de la Espriella intende prestare giuramento, lasciando la Plaza de Bolívar di Bogotá a fare da sfondo assente. In Colombia la scelta di un luogo è già una dichiarazione politica, e questa si legge a partire dalla mappa.
La tradizione voleva l’insediamento nella capitale, davanti al Congresso, con la liturgia repubblicana che ogni quattro anni ricuce simbolicamente il Paese attorno al suo centro istituzionale. Spostare la cerimonia in una base al confine meridionale significa dichiarare che il centro, per il nuovo governo, sta altrove: nella periferia dove lo Stato è meno presente e dove le economie illegali hanno funzionato a lungo come amministrazione alternativa. De la Espriella, avvocato dalla retorica marcatamente securitaria, ha costruito la propria ascesa in opposizione all’esperienza di Gustavo Petro, e la scenografia dell’insediamento serve a marcare la discontinuità prima ancora dei decreti.

Il doppio binario del messaggio è esplicito: sicurezza e decentramento. Il primo termine indica la promessa di riportare la forza pubblica nei territori contesi; il secondo suggerisce che la capitale non è più l’unico luogo dove si decide il destino nazionale. Sono due parole che convivono male. Il decentramento presuppone che il potere si distribuisca; la militarizzazione delle aree periferiche tende invece a concentrarlo in un’unica catena di comando. La cerimonia in caserma tiene insieme le due idee per il tempo di una fotografia, poi la contraddizione resta da governare.
Conviene ricordare cosa si contende davvero in quelle regioni. La Colombia rimane il primo produttore mondiale di cocaina, con una superficie coltivata a coca che negli ultimi anni ha superato i 250 mila ettari secondo le rilevazioni delle Nazioni Unite, un massimo storico. È il dato che complica ogni lettura muscolare: la produzione ha continuato a crescere attraverso governi di segno opposto, di destra come di sinistra, indipendentemente dalla quantità di forza dispiegata sul terreno. I gruppi armati che controllano le rotte del sud — dissidenze delle ex FARC, formazioni locali, reti che gestiscono l’esportazione verso i porti del Pacifico — non sono anomalie da estirpare con un’operazione di ordine pubblico, ma attori economici che calcolano costi e benefici, negoziano tregue, spostano personale dove il margine è più alto. Trattarli come banditi anziché come imprese territoriali è l’errore ricorrente della politica securitaria colombiana.
C’è poi un dato che raramente entra nei discorsi d’insediamento: buona parte del reddito di quelle zone di frontiera dipende, direttamente o indirettamente, dalla filiera che si vorrebbe smantellare. Dove lo Stato non porta strade, credito e mercati legali, l’economia della coca funziona da ammortizzatore sociale prima ancora che da attività criminale. Ogni piano di eradicazione che non offra un’alternativa economica credibile finisce per spostare le coltivazioni di qualche vallata, non per farle sparire. La promessa di sicurezza, insomma, si scontra con una struttura produttiva che ha una sua razionalità e una sua base occupazionale.
Sul piano istituzionale, celebrare l’insediamento in una base militare colloca la forza pubblica al centro della scena simbolica. È una scelta che valorizza le forze armate come attore politico, in un Paese dove il rapporto tra potere civile e militare è stato storicamente meno teso che altrove nella regione, ma non per questo irrilevante. Il gesto lusinga i comandi e rassicura l’elettorato che ha votato sulla domanda di ordine; al tempo stesso espone il nuovo presidente al rischio di apparire ostaggio della propria messa in scena, se i risultati sul terreno non seguiranno.
Resta la logistica, che in queste latitudini non è un dettaglio. Portare corpo diplomatico, apparato di sicurezza e stampa in una base del sud richiede una macchina organizzativa considerevole, e ogni imprevisto — meteo, agibilità, minacce — diventa immediatamente politico. La cornice scelta per proiettare forza è anche la più difficile da controllare. De la Espriella arriva al giuramento con un’agenda che promette di riscrivere i rapporti tra centro e periferia. Il primo banco di prova sarà tenere insieme, oltre la cerimonia, ciò che la cerimonia dichiara.

