Ad Harare si lavora a prolungare il mandato presidenziale aggirando la Costituzione del 2013. I governi dell'Africa australe, Sudafrica in testa, osservano in silenzio per calcolo migratorio e solidarietà tra ex movimenti di liberazione.
Zimbabwe: la deriva costituzionale e il silenzio dei vicini
Ad Harare le proroghe si accumulano come i sedimenti nel letto dello Zambesi durante la stagione secca: lente, costanti, difficili da rimuovere. L’ultima riguarda la presidenza. Da mesi circolano proposte per estendere il mandato dell’attuale capo dello Stato oltre il termine previsto, aggirando o riscrivendo i limiti fissati dalla Costituzione del 2013, quella nata dopo anni di trattative per chiudere la stagione più violenta del potere di Robert Mugabe.
Il meccanismo è noto e non richiede colpi di Stato. Si passa per emendamenti parlamentari, per interpretazioni compiacenti, per la sostituzione dei giudici scomodi. La maggioranza dello ZANU-PF, il partito al governo ininterrottamente dall’indipendenza del 1980, dispone dei numeri necessari o quasi. Il risultato, secondo diversi giuristi e organizzazioni della società civile locale, è lo svuotamento progressivo delle garanzie che dovevano impedire la personalizzazione del potere.
Vale la pena ricordare da dove viene questo Stato. Lo Zimbabwe è l’ex Rhodesia meridionale, colonia britannica costruita attorno alla proprietà della terra assegnata a una minoranza bianca; la questione fondiaria che ha segnato i primi decenni post-indipendenza affonda lì le radici. La transizione del 1980 non ha mai davvero smontato l’apparato di sicurezza ereditato, che ha cambiato bandiera senza cambiare metodi.

Il calcolo dei vicini
La parte più interessante della vicenda non è a Harare, ma nelle capitali circostanti. La Southern African Development Community, l’organizzazione regionale che raccoglie sedici Paesi dell’Africa australe, ha storicamente scelto la prudenza verso lo Zimbabwe. Il Sudafrica, membro dominante per peso economico e diplomatico, ha praticato per anni quella che a Pretoria veniva chiamata diplomazia silenziosa: pressioni riservate, nessuna condanna pubblica, priorità alla stabilità sui principi.
Le ragioni sono concrete. Il Sudafrica ospita, secondo stime che restano incerte, tra uno e tre milioni di cittadini zimbabwani emigrati per ragioni economiche; il dato non è verificato e le cifre ufficiali sono molto più basse di quelle citate dagli osservatori. Un ulteriore collasso dell’economia di Harare significherebbe nuovi flussi verso sud, in un Paese dove la tensione contro i migranti è già alta. La stabilità del vicino, anche autoritaria, appare preferibile al disordine.
C’è poi la questione dei precedenti. Molti governi della regione condividono con lo ZANU-PF l’origine nei movimenti di liberazione: legami di solidarietà che risalgono alla lotta contro il colonialismo e l’apartheid. Criticare Harare per la manipolazione dei mandati significherebbe, per alcuni, aprire una discussione scomoda sui propri limiti al potere.
Cosa è in gioco
Il rischio segnalato da analisti e organizzazioni regionali è quello dell’assuefazione. Ogni proroga accettata in silenzio abbassa la soglia di ciò che è tollerabile, e offre un modello replicabile ai vicini. Non è una teoria astratta: negli ultimi anni diversi Paesi africani hanno modificato le rispettive Costituzioni per estendere mandati presidenziali, con l’argomento ricorrente della continuità e della sicurezza.
Sul piano interno, la situazione economica resta il vero indicatore. L’inflazione zimbabwana ha attraversato negli anni oscillazioni estreme, con una moneta nazionale più volte rifondata e poi affiancata o sostituita da valute estere nell’uso quotidiano. La disoccupazione formale è altissima, anche se le percentuali variano enormemente a seconda della fonte e del modo in cui si conta il lavoro informale, che assorbe la gran parte della popolazione attiva. Numeri che vanno maneggiati con cautela: le statistiche ufficiali e quelle indipendenti raramente coincidono.
Le elezioni del 2023 erano state contestate da osservatori regionali, incluso un rapporto della stessa SADC che aveva rilevato irregolarità, un episodio inusuale per un’organizzazione abituata alla cautela. Quel rilievo, però, non ha prodotto conseguenze concrete, e la traiettoria istituzionale non è cambiata.
Fuori dal continente, la vicenda scorre quasi inosservata. Le cancellerie occidentali hanno mantenuto sanzioni mirate contro singoli esponenti del regime, riducendone la portata nel tempo, ma lo Zimbabwe non è più al centro dell’attenzione internazionale come lo fu ai tempi degli espropri delle fattorie. La questione dei mandati presidenziali interessa soprattutto chi la vive e chi ne subirebbe le conseguenze migratorie. Il resto del mondo, per ora, guarda altrove: e questo silenzio, dentro e fuori la regione, è parte del meccanismo, non una circostanza esterna a esso.

