Nel nord del Mali i ribelli tuareg del FLA e i jihadisti del JNIM rivendicano l'abbattimento di un elicottero russo ad Anefis: un episodio non confermato in modo indipendente, ma coerente con l'erosione progressiva della superiorità aerea della giunta e dei suoi alleati di Mosca.
Mali: la guerra aerea logora la giunta e i mercenari russi
Sopra Anefis, nel nord del Mali, il cielo è tornato a essere un terreno conteso. Il 5 luglio, secondo quanto riferito dai gruppi armati tuareg, un elicottero da combattimento Mil Mi-24P operato da personale russo sarebbe stato abbattuto durante un assalto congiunto al presidio della cittadina. La notizia arriva da fonti ribelli e non è stata confermata in modo indipendente: la giunta di Bamako non commenta le proprie perdite di mezzi aerei, e i canali legati al gruppo Wagner — oggi ridenominato Africa Corps sotto tutela più diretta del ministero della Difesa russo — hanno l’abitudine di tacere sugli aeromobili che non rientrano.
Il dato di per sé, un elicottero perso, conterebbe poco. Conta invece la sequenza. Da almeno un anno il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) e i jihadisti del Jamaa’t Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), sigla legata ad al-Qaida, rivendicano una serie di abbattimenti e danneggiamenti di velivoli governativi e russi: caccia, droni turchi Bayraktar, elicotteri da trasporto. Il numero complessivo varia a seconda della fonte e va trattato con cautela, ma la direzione è leggibile. L’aviazione è sempre stata l’asso della giunta maliana e dei suoi alleati russi, l’unico strumento capace di proiettare forza su distanze che le colonne di terra non riescono a coprire nel deserto. Erodere quella capacità significa restituire ai gruppi armati la libertà di manovra che avevano perso.

La convergenza tattica tra separatisti tuareg e salafiti-jihadisti è il fatto politicamente più scomodo. Sono attori con obiettivi divergenti: il FLA rivendica l’autonomia dell’Azawad, il JNIM persegue un progetto religioso transnazionale. Nel Mali del 2026 si ritrovano però a battersi contro lo stesso avversario, con gli stessi metodi, spesso negli stessi luoghi. Anefis è uno di quei nodi lungo la strada che collega Gao a Kidal, cioè lungo la linea che separa il Mali utile controllato da Bamako dal nord che sfugge da sempre a qualsiasi capitale. È la stessa faglia che i confini tracciati dall’amministrazione coloniale francese avevano ignorato, cucendo insieme il Sahel nomade e il fiume Niger sedentario dentro un unico Stato che non ha mai smesso di litigare con sé stesso.
Il ritiro della missione delle Nazioni Unite, la fine della presenza militare francese e l’ingresso in scena dei contractor russi hanno cambiato gli equilibri ma non l’esito. La giunta guidata dai militari saliti al potere con i colpi di Stato del 2020 e del 2021 aveva scommesso sull’appoggio di Mosca per riconquistare il nord. Kidal, ripresa alla fine del 2023, era stata presentata come la prova che la scommessa funzionava. Da allora la traiettoria si è invertita: imboscate, attacchi ai convogli, e ora la contestazione dello spazio aereo. La battaglia di Tinzaouaten, nell’estate del 2024, con perdite pesanti tra le fila russe e governative, aveva già mostrato che il modello di sicurezza importato non garantiva il controllo del territorio.
Sul terreno tecnico, l’abbattimento di un Mi-24 — se confermato — indica che i gruppi armati dispongono di sistemi contraerei più capaci dei semplici mitragliatori pesanti: manportabili, forse recuperati dagli arsenali libici dispersi dopo il 2011, forse acquisiti sul mercato nero regionale. È la stessa dotazione che rende oggi rischioso ogni volo a bassa quota sul Sahel. Per una forza aerea composta da pochi velivoli operativi e da equipaggi difficili da rimpiazzare, ogni perdita pesa in modo sproporzionato.
Le conseguenze ricadono, come sempre, sulla popolazione delle aree contese. Gli abitanti di Anefis e delle località lungo l’asse settentrionale vivono tra assedi, blocchi delle forniture e rappresaglie attribuite a tutte le parti in campo. Le organizzazioni umanitarie segnalano difficoltà crescenti di accesso, e i numeri sugli sfollati nel nord del Mali restano stime, prive di verifica sul campo per intere zone diventate inaccessibili.
Fuori dai confini maliani, l’evento passa quasi inosservato. L’Alleanza degli Stati del Sahel che unisce Mali, Burkina Faso e Niger continua a essere raccontata soprattutto come vicenda di riallineamento geopolitico verso Mosca, meno come guerra concreta che consuma uomini e mezzi mese dopo mese. Un elicottero abbattuto nel deserto non entra nei bollettini che contano. Eppure è lì, nel logoramento paziente di una superiorità aerea data per acquisita, che si misura quanto il progetto militare della giunta stia reggendo — o non stia reggendo — alla prova del territorio che pretende di governare.

