Ripristinato il blocco navale statunitense nel Golfo, l'Iran colpisce mercantili e Stati arabi per far salire i costi del transito da Hormuz. In gioco un quinto del greggio mondiale.
Golfo Persico: il ritorno del blocco navale e i conti dello Stretto
Lo Stretto di Hormuz misura 39 chilometri nel punto più stretto. Attraverso quel corridoio passano circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, un quinto della domanda mondiale. Chi controlla il transito controlla un prezzo, non un principio.
Il cessate il fuoco negoziato in primavera è durato poche settimane. A luglio le ostilità sono tornate quotidiane e Washington ha ripristinato il blocco navale. Un blocco non è una minaccia verbale: significa navi da guerra che ispezionano o respingono il traffico mercantile diretto verso i porti iraniani. Le esportazioni di greggio iraniano, stimate attorno a 1,5 milioni di barili al giorno negli ultimi mesi, dipendono quasi interamente da una manciata di terminali sul Golfo. Interrompere quelle rotte comprime l’unica entrata valutaria rilevante di Teheran.
La risposta iraniana segue una logica speculare. Non potendo competere navalmente con la Quinta Flotta, l’Iran colpisce dove il costo per l’avversario è più alto: i mercantili in transito e gli impianti degli Stati arabi del Golfo. Droni e missili a corto raggio contro obiettivi negli Emirati e in Arabia Saudita non mirano a distruggere infrastrutture, ma a far salire i premi assicurativi sul traffico marittimo. Un aumento dei tassi di guerra sulle polizze rende ogni nave più cara da muovere, e questo pesa sui produttori del Golfo prima che su Teheran.

Il calcolo delle capacità è asimmetrico. Gli Stati Uniti dispongono di superiorità navale e aerea assoluta nell’area, con basi in Bahrein, Qatar e Emirati. L’Iran possiede un arsenale di missili balistici e da crociera stimato in migliaia di vettori, mine navali e imbarcazioni rapide dei Guardiani della Rivoluzione. Non basta a vincere uno scontro convenzionale, basta a rendere il Golfo intransitabile per settimane. La minaccia iraniana non è la vittoria, è il disordine.
Gli Stati del Golfo sono l’anello economico più esposto. Le loro esportazioni passano per le stesse acque contese. Abu Dhabi ha investito nell’oleodotto di Fujairah, che aggira parzialmente lo Stretto con una capacità di circa 1,5 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita dispone della linea est-ovest verso il Mar Rosso, teoricamente 5 milioni di barili. Ma queste capacità di bypass coprono una frazione del volume totale che oggi transita da Hormuz. Il resto resta ostaggio della geografia.
Il fattore Cina agisce sullo sfondo. Pechino assorbe la quasi totalità del greggio iraniano esportato, spesso attraverso la cosiddetta flotta ombra di petroliere che opera fuori dai circuiti assicurativi occidentali. Un blocco navale americano efficace colpisce quindi anche un fornitore della Cina, che importa oltre 11 milioni di barili al giorno complessivi. Pechino non ha interesse a un’escalation che chiuda Hormuz: da lì passa buona parte anche del greggio del Golfo che alimenta le sue raffinerie. La leva economica cinese spinge verso il contenimento, non verso l’appoggio militare.
Sul piano dei costi diretti, ogni giorno di blocco brucia risorse su entrambi i fronti. Il dispiegamento navale statunitense costa milioni al giorno in operatività. L’Iran perde il flusso di valuta che tiene in piedi un bilancio già eroso da un’inflazione superiore al 40% e da una moneta in caduta. Nessuna delle due parti può sostenere indefinitamente lo stallo senza contraccolpi interni.
Gli Stati arabi cercano una via d’uscita perché sono i primi a pagare l’incertezza. Riad e Abu Dhabi hanno normalizzato in questi anni i rapporti con Teheran proprio per ridurre l’esposizione a questo tipo di crisi. Un conflitto aperto nel Golfo vanifica quella diplomazia e minaccia i progetti di diversificazione economica che dipendono da flussi di investimento sensibili alla stabilità regionale.
La variabile che può spostare l’equilibrio nelle prossime settimane è il livello dei premi assicurativi marittimi: se i tassi di guerra su Hormuz superano stabilmente l’1% del valore dello scafo, il traffico si riduce da solo e la pressione economica costringe entrambe le parti al tavolo prima di qualsiasi decisione militare.

